Di Ufficio Stampa su Venerdì, 14 Agosto 2026
Categoria: Comunicati Stampa

Generazione in fuga: la condizione dei giovani in Basilicata tra lavoro, NEET, emigrazione e scelte universitarie

## Introduzione: una crisi che si autoalimenta


Non è più corretto parlare, per la Basilicata, di un problema settoriale legato al lavoro giovanile. È un sistema che si autoalimenta: pochi occupati stabili spingono i giovani a partire, chi parte per studiare raramente rientra, la popolazione in età lavorativa si assottiglia, la base produttiva si indebolisce, e questo a sua volta rende ancora meno attrattiva la permanenza per la generazione successiva. I dati più recenti — Istat, Svimez, Cgia di Mestre, Anvur — raccontano tutti la stessa storia da angolazioni diverse: la regione perde giovani più velocemente di quanto riesca a trattenerli o a farli rientrare, e lo fa a un ritmo che la colloca ai vertici (in negativo) delle classifiche nazionali.

Questo articolo prova a ricomporre il quadro: la condizione occupazionale dei giovani lucani, il fenomeno NEET, i flussi migratori, e — aspetto spesso trattato separatamente ma in realtà parte dello stesso meccanismo — la scelta universitaria, con il crollo delle immatricolazioni all'Unibas e la fuga verso gli atenei del Centro-Nord.

## Il mercato del lavoro giovanile: occupazione fragile, gap di genere estremo


Il quadro occupazionale regionale presenta luci e ombre. Da un lato, gli indicatori aggregati Istat più recenti mostrano segnali di miglioramento su alcuni fronti (NEET in calo, disoccupazione in flessione); dall'altro, la qualità dell'occupazione resta il vero punto debole. Il tasso di disoccupazione medio regionale si attesta oggi intorno al 6,7%, ma il dato aggregato nasconde un divario di genere tra i più ampi d'Italia: il tasso di occupazione femminile è del 25,8% più basso rispetto a quello maschile, e la disoccupazione femminile è circa doppia rispetto a quella maschile. Il Rendiconto di Genere Inps 2025, presentato a Potenza a inizio marzo 2026, ha certificato un gap occupazionale di oltre 29 punti tra uomini e donne, con conseguenze dirette anche sulla componente femminile dei NEET.

Un altro dato utile a inquadrare la fragilità del sistema riguarda la natura dei nuovi posti di lavoro. Secondo l'analisi Svimez, la crescita occupazionale registrata nel Mezzogiorno negli ultimi anni — sostenuta da PNRR e bonus edilizi — ha riguardato soprattutto turismo e costruzioni, quindi lavori stagionali e precari, a basso valore aggiunto, che non intercettano l'investimento in formazione che le famiglie meridionali hanno fatto sui propri figli mandati a studiare fuori regione per anni. È il paradosso lucano in sintesi: il PIL cresce, ma la crescita non parla la lingua delle competenze che la regione stessa ha contribuito a formare.

## NEET: numeri in calo, ma la Basilicata resta sopra la media

Il fenomeno dei giovani "Not in Education, Employment or Training" (NEET) in Basilicata mostra, nel biennio più recente, una traiettoria in miglioramento ma partendo da livelli molto alti. Secondo l'elaborazione trimestrale su dati Istat relativa alla fascia 15-34 anni, il tasso NEET lucano è sceso dal 22,1% al 17,8%, una riduzione di 4,8 punti percentuali— uno dei cali più marcati registrati nel Mezzogiorno, insieme a Calabria e Puglia. Va detto con chiarezza, però, che restare al 17,8% significa restare ben lontani dall'obiettivo europeo del 9% fissato per il 2030, soglia raggiunta finora solo da quattro regioni italiane, tutte del Centro-Nord.

Il report Istat sul Benessere Equo e Sostenibile dei territori (BesT) 2025 conferma lo svantaggio strutturale della regione: nel 2024 la quota di NEET in Basilicata si attesta al 17,0%, 1,8 punti sopra la media nazionale, un dato guidato in particolare dalla componente materana. Sul fronte della formazione, lo stesso rapporto segnala che la quota di laureati tra i 25 e i 39 anni resta più bassa della media, in particolare nella provincia di Matera (23,5%, con un calo di 6,2 punti rispetto al 2019)— un arretramento che va letto insieme, e non separatamente, dal fenomeno migratorio: chi si laurea fuori regione, spesso, semplicemente non torna a farlo pesare nelle statistiche lucane.

Sul piano nazionale, va detto per onestà di analisi, il trend NEET è in miglioramento strutturale: tra il 2019 e il 2024 il tasso italiano nella fascia 15-29 anni è sceso dal 20,1% al 13,8% per gli uomini e dal 24,1% al 16,6% per le donne. La Basilicata partecipa quindi a un trend nazionale positivo, ma resta comunque in coda al gruppo delle regioni più svantaggiate.

## Emigrazione: il dato che pesa di più

Se il quadro NEET mostra segnali (parziali) di miglioramento, il fronte migratorio è quello dove la crisi lucana si manifesta con maggiore evidenza. Il rapporto Svimez 2025, presentato a Roma a fine novembre, ha certificato che oltre quattromila laureati lucani hanno lasciato la Basilicata negli ultimi cinque anni — il dato più alto del Mezzogiorno in rapporto alla popolazione. Di questi, 4.267 si sono diretti verso il Centro-Nord e 1.229 verso l'estero. Se si allarga lo sguardo alla fascia 25-34 anni nel suo complesso, il dato peggiora ulteriormente: oltre 5mila giovani in questa fascia d'età sono "spariti" dalla regione in tre anni, sempre il valore più alto del Mezzogiorno in proporzione alla popolazione residente.

Il quadro demografico che ne consegue è drammatico nelle sue proiezioni. Le stime Svimez indicano per la Basilicata un calo di popolazione del 22,5% entro il 2050 — il decremento più forte d'Italia insieme alla Sardegna, che porterebbe la popolazione regionale dagli attuali 527.382 residenti (dato al 31 luglio) a poco più di 400mila. Il presidente della Regione, Vito Bardi, non ha negato la gravità del dato, riconoscendo che si tratta di criticità strutturali già segnalate anche da Banca d'Italia, legate a una dinamica ancora debole del valore aggiunto industriale e a un differenziale negli investimenti pubblici— pur rivendicando l'azione della programmazione regionale in corso.

Un dato più recente, relativo all'ultimo Report Istat sulle migrazioni interne, aggiunge un ulteriore tassello preoccupante: nel 2025 la Basilicata ha perso oltre lo 0,5% dei propri residenti in dodici mesi, con la provincia di Matera che segna il primato negativo, avendo visto emigrare circa il 6,3% della propria popolazione. I flussi in ingresso, aggiunge lo stesso report, sono del tutto insufficienti a compensare le uscite.

### La "seconda ondata": quando emigrano anche i nonni

Un elemento relativamente nuovo, emerso con forza nel rapporto Svimez "Un Paese, due emigrazioni" (febbraio 2026), riguarda la cosiddetta mobilità sommersa degli anziani: i "nonni con la valigia", che mantengono formalmente la residenza in Basilicata ma di fatto vivono raggiungendo figli e nipoti emigrati al Centro-Nord. Il segretario Cisl Basilicata, Vincenzo Cavallo, ha commentato che questo fenomeno non riguarda più solo la fuga individuale di singoli talenti, ma coinvolge ormai interi nuclei familiari, che nello spostarsi non portano via solo competenze ma sradicano un intero progetto di vita dal territorio. È un cambio di scala del fenomeno migratorio: da individuale a familiare, con ricadute dirette sulla tenuta sociale e sulla domanda di servizi nei piccoli centri.

Un ulteriore indicatore, elaborato dalla Cgia di Mestre e ripreso dalla Cisl regionale nel luglio 2026, quantifica la perdita netta della fascia 15-34 anni in quasi 22mila giovani in dieci anni, la terza peggior performance regionale dietro Calabria e Sardegna, con entrambe le province lucane tra le prime venti in Italia per intensità del fenomeno.

## Il nodo università: la fuga comincia prima della laurea

È qui che il quadro si chiude in un circolo particolarmente stringente, ed è anche il punto meno raccontato nel dibattito pubblico generalista. Secondo l'analisi Svimez, per una quota crescente di giovani meridionali la scelta migratoria non si colloca più al termine del percorso di studi, ma viene anticipata al momento stesso dell'iscrizione all'università, incorporando l'aspettativa — spesso realistica — che l'ingresso nel mercato del lavoro avverrà comunque fuori dal Mezzogiorno. L'immatricolazione in un ateneo del Centro-Nord diventa così, nelle parole dello stesso report, il primo passo di una traiettoria di mobilità di lungo periodo che riduce strutturalmente le probabilità di un rientro successivo alla laurea.

I numeri sull'Unibas confermano questa lettura in modo netto. Il rapporto Censis sulla qualità dei servizi universitari, pubblicato a metà 2026, colloca l'ateneo lucano all'ottavo posto tra gli ultimi in Italia, davanti solo a Molise e Orientale di Napoli. Il trend delle immatricolazioni è in costante contrazione da tre anni: da un picco di 930 nuovi iscritti nel 2022/2023, si è scesi a 867 nel 2023/2024 (-6,8%) e a 833 nel 2024/2025 (-3,9%), per una perdita netta di 97 studenti e una contrazione superiore al 10% in tre anni — in netta controtendenza rispetto al trend nazionale, che nello stesso decennio ha visto crescere le immatricolazioni negli atenei tradizionali di quasi il 20%.

Il dato Anvur sul decennio lungo è altrettanto severo: negli ultimi dieci anni gli iscritti complessivi all'Unibas sono calati del 24,6%, mentre — specularmente — cresce il numero di studenti lucani che scelgono atenei fuori regione, determinando un saldo negativo tra residenti in uscita e immatricolati in entrata.

### Il tasso di fuga universitaria: un dato conteso

Sul dato più citato nel dibattito regionale — la percentuale di diplomati lucani che scelgono un ateneo fuori regione — vale la pena segnalare una controversia recente, utile a capire quanto sia delicato maneggiare questi numeri con rigore. Un'inchiesta indipendente di Skuola.net, condotta nel 2025, aveva certificato la Basilicata come maglia nera d'Italia per tasso di fuga universitaria, al 73%. Un successivo aggiornamento Svimez ha rilevato un dato ancora peggiore, al 77% — che tradotto in cifre assolute significherebbe circa 14mila studenti fuori sede su un bacino di circa 18mila diplomati lucani. Una successiva pubblicazione dello stesso Skuola.net, però, ha diffuso un quadro sensibilmente più favorevole per l'ateneo lucano, generando accuse — da parte di alcuni osservatori locali — di trattarsi non di un aggiornamento giornalistico indipendente ma di contenuto sponsorizzato dall'ateneo stesso. Al di là di come si risolva questa specifica disputa editoriale, il quadro complessivo restituito da fonti istituzionali (Anvur, Censis, Svimez) converge senza ambiguità su una tendenza di fondo: l'Unibas perde iscritti, e la Basilicata perde diplomati verso atenei del Centro-Nord, a un ritmo superiore alla media meridionale.

Va comunque segnalato un dato di controtendenza sul fronte della propensione a proseguire gli studi: il tasso di passaggio dei neodiplomati lucani all'università resta superiore alla media italiana (56,7% nel 2022, +5 punti), con Potenza al 59,2%. Il problema, quindi, non è la scarsa propensione a studiare — anzi — ma il *dove*: i giovani lucani si iscrivono all'università in proporzione superiore alla media nazionale, ma sempre più spesso lo fanno altrove.

## Le cause strutturali: perché il sistema non trattiene i suoi laureati

Mettendo insieme i diversi filoni di dati, emergono alcune cause ricorrenti, segnalate in modo convergente da sindacati, Svimez e analisi istituzionali:

- **Mismatch tra offerta formativa e domanda di lavoro regionale**: la crescita occupazionale recente si concentra in settori a bassa qualificazione (turismo, edilizia), mentre l'investimento formativo delle famiglie produce competenze che il tessuto produttivo locale non riesce ad assorbire.
- **Precarietà diffusa**: lavoro sommerso e stagionale, soprattutto nei comparti agricolo e turistico, penalizzano in modo sproporzionato i giovani.
- **Debolezza del valore aggiunto industriale**, riconosciuta anche da Banca d'Italia, che limita la creazione di posizioni qualificate stabili.
- **Anticipazione della scelta migratoria al momento dell'iscrizione universitaria**, che riduce strutturalmente il bacino di potenziali rientri post-laurea.
- **Divario di genere estremo**, che rende la condizione delle giovani donne lucane doppiamente penalizzata: meno occupazione, più NEET, più propensione a partire.

## Le proposte in campo

Il dibattito pubblico regionale, nel corso del 2026, ha visto emergere diverse proposte, di provenienza sia sindacale che politico-istituzionale.

**La proposta Cisl (luglio 2026)**), articolata in cinque punti, punta su:
- rendere strutturale la decontribuzione Sud per le assunzioni a tempo indeterminato di under 35, con premialità aggiuntive per le imprese che assumono in Basilicata;
- contrasto al precariato e al lavoro sommerso nei settori agricolo e turistico, attraverso più ispezioni e accordi di filiera;
- rafforzamento dell'apprendistato duale e del collegamento tra istituti tecnici, ITS e imprese locali;
- investimenti su asili nido e servizi alla prima infanzia nei piccoli comuni, come leva su natalità e occupazione femminile insieme;
- incentivi fiscali regionali per chi, dopo aver studiato o lavorato fuori regione, decide di tornare in Basilicata, sul modello di misure già sperimentate in altre regioni.

**Sul fronte della partecipazione giovanile**, il consigliere regionale Piergiorgio Bochicchio ha proposto, nella primavera 2026, la riscrittura della legge regionale sui giovani del 2000, con l'istituzione di un Consiglio dei giovani, un fondo regionale dedicato e un osservatorio permanente sulla condizione giovanile. In parallelo, la Regione ha avviato nel 2026 il rinnovo dell'Assemblea del Forum regionale dei giovani, presentato dall'assessorato competente come strumento di partecipazione democratica delle nuove generazioni alle politiche che le riguardano.

**Sul fronte imprenditoriale**, resta attivo lo strumento "Resto in Basilicata" nell'ambito del Programma FESR-FSE+ 2021-2027, che prevede incentivi per programmi di investimento presentati da giovani professionisti e imprese giovanili (soggetti tra i 18 e i 40 anni), oltre a misure dedicate a chi possiede titoli di alta formazione (master, dottorati, specializzazioni) collegati al proprio progetto imprenditoriale.

## Una lettura critica: tra misure annuncio e cambiamento strutturale

Va detto con onestà che buona parte delle proposte oggi sul tavolo — fondi dedicati, osservatori, consigli consultivi, incentivi al rientro — condividono un limite comune: intervengono sul sintomo più che sulla causa. Un fondo regionale per i giovani o un Consiglio consultivo non incidono, da soli, sulla natura degli investimenti pubblici e privati che generano occupazione qualificata sul territorio. Gli stessi analisti Svimez lo segnalano esplicitamente: la crescita del PIL registrata negli ultimi anni nel Mezzogiorno, trainata da PNRR e bonus edilizi, non ha inciso sulla fuga di capitale umano qualificato proprio perché non ha prodotto occupazione coerente con il livello di formazione raggiunto dai giovani meridionali.

In questo senso, la proposta più interessante tra quelle in campo è probabilmente quella che lega esplicitamente decontribuzione, apprendistato duale e collegamento diretto tra ITS/istituti tecnici e imprese locali: è l'unica che prova ad agire non sull'offerta di lavoro (gli incentivi a chi assume) ma sulla coerenza tra formazione e domanda reale del territorio — il vero punto di rottura del sistema lucano, come dimostra il paradosso di una regione che forma più laureati della media ma non riesce a trattenerli né a farli rientrare.

## Conclusione

I dati raccontano una regione che continua a investire nella formazione dei propri giovani — l'propensione a studiare resta sopra la media nazionale — ma che perde sistematicamente il ritorno di quell'investimento: prima attraverso la scelta universitaria fuori regione, poi attraverso l'emigrazione lavorativa post-laurea, oggi sempre più spesso accompagnata dall'intero nucleo familiare. Il miglioramento dei tassi NEET, per quanto reale, non basta a invertire una traiettoria demografica che le proiezioni Svimez definiscono come la più severa d'Italia insieme a quella sarda. Le proposte in campo — sindacali e istituzionali — individuano correttamente alcuni nodi (precarietà, mismatch formativo, gap di genere), ma la loro efficacia dipenderà dalla capacità di tradursi in interventi strutturali sul tessuto produttivo, e non nell'ennesimo strumento di rappresentanza consultiva che accompagna, senza arrestare, il fenomeno che dovrebbe contrastare.

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*Articolo aggiornato al 14 agosto 2026, sulla base di dati Istat, Svimez, Anvur, Censis, Cgia di Mestre e Inps, oltre a dichiarazioni di parti sociali e istituzionali regionali raccolte da fonti giornalistiche locali e nazionali.*

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