Come scrivere un curriculum vitae: guida completa

Struttura, contenuti, linguaggio e errori da evitare, con esempi pratici

1. A cosa serve davvero un CV

Il curriculum vitae non è la tua biografia e non deve raccontare tutto ciò che hai fatto. È un documento di vendita: il suo unico scopo è convincere chi lo legge a chiamarti per un colloquio.

Chi seleziona i candidati dedica poco tempo alla prima lettura, spesso pochi secondi, per capire se il profilo è pertinente. Molte aziende, inoltre, usano software di gestione delle candidature (ATS) che leggono e filtrano i CV in base a parole chiave e struttura. Ne derivano tre regole fondamentali:

  • chiarezza: il lettore deve trovare subito le informazioni che cerca;
  • pertinenza: conta ciò che è utile per quella posizione, non tutto ciò che hai fatto;
  • verità: tutto ciò che scrivi deve poter essere verificato e spiegato in colloquio.

2. Prima di scrivere: preparazione

2.1 Capisci cosa cerca l’azienda

Leggi con attenzione l’annuncio e sottolinea competenze richieste, responsabilità del ruolo, strumenti e software citati, termini ricorrenti. Queste parole sono la bussola per decidere cosa mettere in evidenza.

2.2 Fai un inventario di ciò che hai fatto

Prepara un elenco “master” con tutte le esperienze lavorative, i percorsi di studio, i corsi, i progetti, le competenze, le certificazioni, le lingue e i risultati ottenuti. Da questo archivio selezionerai, per ogni candidatura, solo gli elementi più adatti.

2.3 Definisci il tuo obiettivo

Chiediti: che ruolo voglio? In quale settore? Perché sono la persona giusta? Un CV costruito senza obiettivo risulta generico. È meglio avere più versioni mirate che un unico CV per tutte le occasioni.

3. La struttura ideale

L’ordine consigliato, adatto alla maggior parte dei casi, è questo:

  1. Dati personali e contatti
  2. Profilo professionale (sintesi iniziale)
  3. Esperienze lavorative
  4. Istruzione e formazione
  5. Competenze (tecniche e trasversali)
  6. Lingue
  7. Altre informazioni utili (certificazioni, volontariato, pubblicazioni, interessi)
  8. Autorizzazione al trattamento dei dati personali

Chi ha molta esperienza mette per prima la parte lavorativa; chi è neodiplomato o neolaureato può far precedere l’istruzione e la formazione.

4. Le sezioni, una per una

4.1 Dati personali e contatti

Inserisci:

  • nome e cognome (in evidenza, in alto);
  • numero di telefono;
  • indirizzo email professionale e seriale (meglio nome.cognome@... che indirizzi di fantasia);
  • città e provincia di residenza (l’indirizzo completo non è necessario);
  • link al profilo LinkedIn o a un portfolio, se aggiornati e curati.

Non è necessario indicare stato civile, numero di figli, religione, opinioni politiche. In Italia la data di nascita non è obbligatoria e molti la omettono; la fotografia è facoltativa e va inserita solo se richiesta o se coerente col settore, scegliendo uno scatto professionale.

4.2 Profilo professionale

È un breve paragrafo di 3-5 righe, posto subito sotto i contatti. Deve rispondere a tre domande: chi sei professionalmente, che cosa sai fare meglio, che cosa cerchi.

Esempio (profilo con esperienza):

Project manager con oltre otto anni di esperienza nella gestione di progetti digitali per enti pubblici e aziende private. Esperto nella pianificazione di budget, nel coordinamento di team multidisciplinari e nella rendicontazione di progetti finanziati. Cerco un ruolo di responsabilità in un’organizzazione orientata all’innovazione.

Esempio (profilo junior):

Laureata in Economia aziendale, con tirocinio in ufficio amministrativo e buona padronanza di Excel e dei principali gestionali. Precisa, organizzata e motivata a crescere in un contesto dinamico, cerco il primo inserimento come addetta all’amministrazione.

Evita frasi vaghe e abusate come “persona dinamica e determinata alla ricerca di nuove sfide”: non dicono nulla di specifico.

4.3 Esperienze lavorative

È la sezione più importante. Usa l’ordine cronologico inverso: dalla più recente alla più lontana.

Per ogni esperienza indica:

  • ruolo ricoperto (in evidenza);
  • nome dell’azienda e luogo;
  • periodo (mese e anno di inizio e fine);
  • 3-5 punti elenco con responsabilità e, soprattutto, risultati.

La differenza tra un CV mediocre e uno efficace sta qui: non elencare mansioni, racconta che cosa hai ottenuto.

Versione deboleVersione efficace
Responsabile dei rapporti con i clientiGestito un portafoglio di 40 clienti, con un tasso di rinnovo dei contratti dell’85%
Mi occupavo dei social aziendaliCurato i canali social dell’azienda, aumentando i follower del 30% in un anno
Addetto alla contabilitàGestita la contabilità ordinaria di 12 società, riducendo i tempi di chiusura mensile da 8 a 5 giorni

I numeri (percentuali, importi, quantità, tempi) rendono il risultato concreto. Se non hai dati precisi, usa stime oneste, ma non inventare mai cifre che non sapresti giustificare.

Formula utile: verbo d’azione + cosa hai fatto + risultato o scopo. Esempi di verbi efficaci: coordinato, progettato, sviluppato, ottimizzato, introdotto, ridotto, negoziato, formato, implementato, gestito.

4.4 Istruzione e formazione

Anche qui, ordine cronologico inverso. Indica titolo di studio, istituto, anno di conseguimento e, se rilevante, votazione o titolo della tesi. Per chi ha una laurea, in genere non è necessario citare la scuola superiore, a meno che sia particolarmente pertinente al ruolo.

Aggiungi corsi di specializzazione, master, abilitazioni e certificazioni professionali solo se coerenti con la posizione, specificando l’ente e l’anno.

4.5 Competenze

Dividi le competenze in due gruppi:

  • Competenze tecniche (hard skills): software, strumenti, linguaggi, metodologie, normative. Indica il livello in modo comprensibile (base, intermedio, avanzato) senza barre colorate o stelline, che sono soggettive e poco leggibili dai sistemi ATS.
  • Competenze trasversali (soft skills): lavoro in team, problem solving, comunicazione, leadership. Non limitarti a elencarle: dimostrale attraverso le esperienze descritte (“ho coordinato un team di 6 persone” vale più di “ottime capacità di leadership”).

4.6 Lingue

Indica la lingua madre e le altre lingue con il livello secondo il Quadro comune europeo di riferimento (QCER), da A1 a C2. Se hai una certificazione (IELTS, TOEFL, Cambridge, DELF, Goethe e altre), specificala insieme all’anno.

4.7 Altre informazioni

Sezione facoltativa, da usare con criterio. Può contenere patente di guida, volontariato, pubblicazioni, progetti personali, riconoscimenti, interessi. Gli interessi vanno inseriti solo se dicono qualcosa di utile su di te o creano un punto di contatto col ruolo: “leggere e viaggiare” non aggiunge valore, mentre “gestione di un blog tecnico” o “allenatore di una squadra giovanile” sì.

4.8 Trattamento dei dati personali

In calce al CV, in Italia si inserisce la formula di autorizzazione al trattamento dei dati personali, ad esempio:

Autorizzo il trattamento dei dati personali contenuti nel mio curriculum vitae in base all’art. 13 del d.lgs. 196/2003 e all’art. 13 del Regolamento UE 2016/679 (GDPR).

Aggiungi data e, se stampi il documento, firma.

5. Lunghezza, formato e grafica

  • Lunghezza: una pagina per chi ha poca esperienza; due pagine per chi ha un percorso lungo. Oltre le due pagine è giustificato solo in ambito accademico, scientifico o per profili molto senior.
  • Formato del file: salva e invia in PDF, per preservare l’impaginazione. Se l’annuncio richiede espressamente un altro formato (ad esempio Word), segui l’indicazione.
  • Nome del file: usa un nome ordinato, ad esempio CV_Nome_Cognome.pdf.
  • Font: caratteri semplici e leggibili (Calibri, Arial, Helvetica, Garamond), corpo tra 10 e 12 punti, titoli leggermente più grandi.
  • Margini e spazi: lasciare aria; pagine fitte e senza spazi bianchi scoraggiano la lettura.
  • Colori: massimo uno o due, sobri. Il contenuto conta più della grafica.
  • Coerenza: stesso stile per date, titoli, elenchi puntati, maiuscole.

Se pensi di essere filtrato da sistemi ATS, preferisci un layout lineare: evita tabelle complesse, colonne multiple, caselle di testo, icone al posto delle parole e informazioni importanti inserite in intestazioni o piè di pagina.

6. Il tono e il linguaggio

  • Scrivi in forma sintetica e diretta, con frasi brevi.
  • Usa il tempo passato per le esperienze concluse e il presente per quella in corso.
  • Evita la prima persona eccessiva (“io ho fatto”): usa uno stile nominale o con verbi all’infinito/participio.
  • Evita aggettivi autocelebrativi (“eccellente”, “straordinario”) e sostituiscili con fatti verificabili.
  • Evita gergo non necessario, abbreviazioni oscure e frasi fatte.
  • Controlla ortografia, punteggiatura e accenti: un errore in un CV può compromettere la candidatura.

7. Come personalizzare il CV per ogni candidatura

Un CV efficace si adatta all’annuncio. Prima di inviarlo:

  1. riscrivi il profilo professionale in modo che rispecchi le richieste del ruolo;
  2. riordina e riformula i punti elenco, mettendo in cima le esperienze più pertinenti;
  3. inserisci in modo naturale le parole chiave presenti nell’annuncio, solo se corrispondono a competenze che possiedi davvero;
  4. elimina o accorcia ciò che non c’entra;
  5. accompagna il CV con una lettera di presentazione breve e mirata, se richiesta o opportuna.

8. Casi particolari

8.1 Primo lavoro o poca esperienza

Puoi valorizzare: tirocini, stage, progetti universitari, tesi, volontariato, lavori stagionali, attività associative, corsi e competenze digitali. Spiega cosa hai imparato e quali risultati hai ottenuto, anche in piccolo.

8.2 Periodi di inattività o buchi nel CV

Non nasconderli con date vaghe. Usa gli anni o i mesi con onestà e, se utile, indica brevemente cosa hai fatto (formazione, cura di familiari, ricerca di lavoro con corsi di aggiornamento, progetti personali). In colloquio sii pronto a spiegare con serenità.

8.3 Cambio di settore

Valorizza le competenze trasferibili (gestione di progetti, relazione con i clienti, analisi dei dati, organizzazione). Apri con un profilo che spieghi il tuo obiettivo e metti in risalto formazione e progetti attinenti al nuovo ambito.

8.4 Carriera lunga

Non è necessario descrivere tutto in dettaglio: dedica più spazio alle esperienze degli ultimi 10-15 anni e riassumi le precedenti in poche righe.

8.5 CV per l’estero o formato Europass

Per candidature internazionali, adatta lingua e convenzioni al Paese di destinazione (in alcuni contesti, ad esempio, foto ed età non si indicano). Il formato Europass è uno standard europeo riconosciuto e può essere utile soprattutto per la pubblica amministrazione, i bandi e le candidature in ambito europeo; per il settore privato spesso è preferibile un CV più snello e personalizzato.

8.6 Ricerca, università e pubblica amministrazione

I CV accademici e per i concorsi possono essere più lunghi e dettagliati, con elenco di pubblicazioni, progetti, incarichi, titoli e attività didattica. Segui sempre il modello e le indicazioni del bando.

9. Esempio di scheletro di CV

NOME COGNOME Città (Provincia) · Telefono · Email · LinkedIn

PROFILO PROFESSIONALE Tre o quattro righe di sintesi mirata sul ruolo.

ESPERIENZE LAVORATIVE Ruolo – Azienda, Città — mese/anno – mese/anno

  • Risultato o responsabilità principale, con dato quantitativo
  • Attività chiave, strumenti o metodologie usate
  • Progetto rilevante o riconoscimento

ISTRUZIONE E FORMAZIONE Titolo di studio – Istituto — anno Corso/Certificazione – Ente — anno

COMPETENZE Tecniche: … · Trasversali: …

LINGUE Italiano (madrelingua) · Inglese (B2/C1) · …

ALTRE INFORMAZIONI Volontariato, pubblicazioni, patente, ecc.

Autorizzo il trattamento dei dati personali ai sensi del Regolamento UE 2016/679 (GDPR).

10. Gli errori più comuni da evitare

  1. CV generico, uguale per ogni candidatura.
  2. Troppe pagine e informazioni irrilevanti.
  3. Elenco di mansioni senza risultati.
  4. Errori di ortografia, refusi e formattazione incoerente.
  5. Email non professionale o contatti sbagliati.
  6. Informazioni false o gonfiate: oltre che scorretto, è rischioso, perché può emergere nei controlli e in colloquio.
  7. Grafica eccessiva, colori e icone che ostacolano la lettura.
  8. Date mancanti o confuse, che rendono il percorso poco comprensibile.
  9. Dati personali superflui (stato civile, documenti, codice fiscale) e privacy trascurata.
  10. File mal nominato o in formato non adatto.
  11. Autovalutazioni vaghe come “ottime capacità relazionali” senza esempi.
  12. Profili social incoerenti con quanto scritto nel CV: spesso vengono controllati.

11. Checklist finale prima dell’invio

  • Il CV è mirato sul ruolo e sull’annuncio?
  • Le esperienze più rilevanti sono in evidenza?
  • Ho indicato risultati concreti e non solo mansioni?
  • Date, nomi di aziende e titoli sono corretti e coerenti?
  • Ho controllato ortografia e punteggiatura (meglio con una seconda lettura da parte di un’altra persona)?
  • L’impaginazione è pulita e leggibile anche stampata?
  • Contatti e link funzionano?
  • Il file è in PDF, con un nome ordinato?
  • C’è la formula sul trattamento dei dati personali?
  • Ogni affermazione è vera e posso giustificarla in colloquio?

12. Dopo l’invio: aggiornare e migliorare

Il CV è un documento vivo. Aggiornalo ogni volta che concludi un progetto, ottieni un risultato importante, completi un corso o cambi ruolo. Tieni traccia delle versioni inviate e delle risposte ricevute: se dopo molte candidature non ricevi riscontri, rivedi profilo, parole chiave e struttura, oppure chiedi un parere a un collega, a un mentore o a un servizio di orientamento al lavoro (centri per l’impiego, servizi di placement universitari, agenzie per il lavoro).

Un buon curriculum non garantisce l’assunzione, ma apre la porta al colloquio: ed è proprio quello il suo compito.

Competenze digitali e intelligenza artificiale: cosa cambia per i giovani

Sommario: I giovani sono i più connessi, ma non per questo i più preparati. L’intelligenza artificiale entra nel lavoro con effetti ancora da misurare, e i primi segnali riguardano soprattutto chi cerca il primo impiego. Non serve né l’allarmismo né l’entusiasmo: servono competenze solide, regole conosciute e un sistema formativo che accompagni.


1. “Nativi digitali”: un’etichetta che inganna

Si dà per scontato che chi è cresciuto con lo smartphone sappia usare il digitale. I dati dicono qualcosa di più sfumato.

Nel 2025, secondo l’Istat, la quota di persone tra 16 e 74 anni con competenze digitali almeno di base è pari al 54,3%, in aumento di 8,4 punti rispetto all’anno precedente. È un miglioramento forte, ma la media europea resta più alta, intorno al 60,4%. Tra i ragazzi di 20-24 anni il 71,7% di chi ha usato Internet negli ultimi tre mesi ha competenze almeno di base.

Il dato che smonta il mito arriva da Eurostat: tra i giovani di 16-29 anni, il 30,9% non possiede competenze digitali adeguate. Quasi uno su tre, quindi, usa il digitale ogni giorno senza padroneggiarlo. Saper scrivere un messaggio o girare un video non coincide con cercare e valutare informazioni, proteggere i propri dati, collaborare online o risolvere un problema tecnico.

Il quadro europeo di riferimento, DigComp, misura proprio cinque aree: problemi informatici, alfabetizzazione su dati e informazioni, comunicazione e collaborazione, sicurezza in rete e creazione di contenuti.

2. Il divario territoriale: il caso Basilicata

Le competenze non sono distribuite in modo uniforme. Le persone con titoli di studio elevati hanno competenze più solide, e la geografia conta. L’Istat segnala che, nel 2025, le regioni con la minore quota di famiglie connesse sono Sicilia (82,0%), Basilicata (81,8%) e Calabria (80,1%), contro il 90,9% della Toscana. Nel Mezzogiorno l’uso di Internet si ferma al 78,5%, mentre il Centro-Nord supera l’85%.

Per i giovani lucani significa che la prima questione è ancora l’accesso: connessione affidabile, dispositivi, luoghi in cui imparare. Senza queste basi parlare di intelligenza artificiale rischia di essere un discorso per pochi.

3. L’intelligenza artificiale e il lavoro: cosa sappiamo davvero

Il dibattito pubblico oscilla tra “toglierà milioni di posti” e “non cambierà nulla”. Le ricerche disponibili suggeriscono una terza via.

Nessun crollo generalizzato. Un’analisi basata sull’indice di Stanford osserva che, almeno per ora, non c’è una “strage dei posti di lavoro” provocata dall’IA.

Un segnale sui più giovani. Lo stesso filone di ricerche rileva che, nelle professioni più esposte, i lavoratori tra 22 e 25 anni risultano il 19% sotto il livello occupazionale che avrebbero raggiunto seguendo i coetanei nei lavori meno esposti. Uno studio dello Stanford Digital Economy Lab del novembre 2025 aveva indicato un calo relativo del 16% per i 22-25enni nelle occupazioni più esposte, mentre i lavoratori più esperti nelle stesse professioni non avevano subito lo stesso calo. Il calo non compare nemmeno nei lavori entry-level con bassa esposizione all’IA.

Lo studio di Anthropic. Una ricerca pubblicata a marzo 2026 conclude che non c’è un collasso occupazionale, ma segnali chiari sulle assunzioni junior: guarda al tasso mensile di ingresso in una nuova occupazione, e per i giovani che tentano di entrare nelle professioni più esposte il tasso di reperimento di lavoro cala del 14%. Gli autori dichiarano limiti importanti: la base dati americana ha limitazioni note nel misurare le transizioni lavorative dei giovani, perché chi non viene assunto può uscire dalla forza lavoro senza risultare disoccupato, e lo studio non misura l’impatto su reddito e qualità del lavoro.

Il meccanismo plausibile. Gli economisti Acemoglu, Autor e Johnson, citati nella stessa analisi, individuano la dinamica: quando le imprese adottano l’IA per automatizzare, eliminano proprio i compiti ripetitivi e codificati che storicamente fungevano da “palestra” per i neoassunti. Coding di base, data entry, assistenza clienti, analisi preliminare sono i compiti più esposti.

Non tutto dipende dalla tecnologia. Lo studio di Brynjolfsson e colleghi mostra un elemento incoraggiante: nelle professioni in cui l’IA viene usata per potenziare le capacità umane e non per automatizzare, l’occupazione giovanile non cala e in alcuni casi cresce. Conta, quindi, come le imprese scelgono di usarla.

Un’avvertenza sui dati

Quasi tutte queste ricerche riguardano gli Stati Uniti. Il mercato italiano ha caratteristiche diverse: imprese più piccole, adozione più lenta e un tessuto produttivo dove molte mansioni sono ancora poco digitalizzate. I risultati americani sono un campanello d’allarme, non una previsione per l’Italia.

4. Le imprese italiane: adozione in crescita, competenze in affanno

Secondo l’Istat, nel 2025 l’adozione dell’IA nelle imprese con almeno 10 addetti è salita al 16,4%, raddoppiando rispetto all’anno precedente. Tra chi non la usa e aveva valutato investimenti poi non realizzati, la mancanza di competenze adeguate è una delle barriere principali.

Sul fronte della domanda di lavoro, il Sistema Informativo Excelsior indica che le competenze digitali, di base o avanzate, sono ormai richieste in quasi otto profili professionali su dieci. Nel primo semestre 2026 il 44,8% delle assunzioni programmate è stato giudicato di difficile reperimento.

Il paradosso si ripete: molte imprese non trovano le competenze, mentre una parte dei giovani fatica a entrare. In mezzo c’è il tema della formazione, e quello del primo gradino.

5. Cosa cambia per chi cerca il primo lavoro

Qui entro nel campo dell’interpretazione, basata sui dati citati, e non della certezza.

Il primo gradino si fa più stretto e cambia forma. Se le attività più semplici vengono assorbite dagli strumenti, chi entra deve saper fare cose più impegnative fin dall’inizio. Un’analisi di PwC sul 2026 osserva proprio questo: nei lavori entry level più esposti all’IA diventano più richieste capacità tradizionalmente associate a profili senior, come il giudizio e la leadership. Un’indagine commissionata da SAP segnala che l’88% dei responsabili HR coinvolti ritiene che l’IA favorisca un ingresso più rapido dei talenti a inizio carriera nelle attività operative. È un sondaggio promosso da un’azienda del settore e va letto con prudenza, ma indica la direzione: più responsabilità, prima.

Le competenze che contano di più. Da questi elementi si possono ricavare alcune competenze che resistono meglio:

  • la conoscenza di un ambito: per valutare ciò che produce uno strumento bisogna sapere di cosa si parla;
  • il giudizio critico: verificare, correggere, riconoscere errori e invenzioni;
  • la comunicazione e il lavoro con le persone: clienti, colleghi, fornitori;
  • la capacità di imparare: gli strumenti cambiano in fretta, i fondamenti no;
  • le competenze pratiche e tecniche: lavori in cui conta la presenza fisica, il mestiere, la manualità qualificata.

Un rischio educativo. Se chi studia delega allo strumento proprio i compiti con cui si forma, rischia di arrivare al lavoro senza aver costruito le basi. È una questione aperta su cui scuola e università stanno ancora discutendo, e su cui non esistono ancora dati definitivi. Un’analisi recente osserva che mentre le imprese faticano a trovare competenze, il dibattito scolastico resta concentrato sull’uso dell’IA in classe, mentre la domanda più importante è come si formi un giudizio autonomo quando la risposta, spesso, è già pronta.

6. Regole e tutele da conoscere

L’Italia ha una legge specifica sull’IA, la 132 del 23 settembre 2025, in vigore dal 10 ottobre 2025, che affianca l’AI Act europeo senza creare nuovi obblighi per i sistemi di IA. Per i giovani contano soprattutto tre aspetti.

I minori. Per l’accesso e il trattamento dei dati degli under 14 serve il consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale; dai 14 anni in su il minore può prestare autonomamente il consenso, purché le informazioni siano comprensibili. La norma ha però un limite pratico: non introduce un meccanismo di verifica dell’età né una modalità operativa univoca per acquisire il consenso.

Il lavoro. Ogni lavoratore deve essere informato se strumenti di IA vengono usati nell’organizzazione, valutazione o gestione del suo lavoro. Chi inizia un lavoro può chiedere come vengono usati questi strumenti e per quali decisioni.

I contenuti falsi. La legge ha introdotto un nuovo reato: chi causa un danno ingiusto diffondendo senza consenso immagini, video o voci falsificati con l’IA e idonei a ingannare è punito con la reclusione da uno a cinque anni. È un punto importante per i giovani, spesso bersaglio di deepfake e contenuti manipolati.

Buone pratiche per l’uso quotidiano

  • Verificare sempre ciò che produce uno strumento: può sbagliare in modo convincente.
  • Proteggere i dati: non inserire informazioni personali, di altri o riservate di un’azienda in strumenti non autorizzati. Secondo il sondaggio SAP, il 56% dei responsabili HR segnala l’uso non autorizzato di strumenti di IA, la cosiddetta shadow AI, spesso tra i neoassunti quando mancano regole chiare. In azienda conviene chiedere quali strumenti sono consentiti.
  • Dichiarare l’uso quando richiesto, a scuola, all’università e al lavoro.
  • Non delegare le basi: usare gli strumenti per capire e non solo per consegnare.

7. Disuguaglianze da non sottovalutare

Titolo di studio e reddito. Le competenze digitali restano prerogativa principale delle persone con titolo di studio elevato, secondo l’Istat. Se l’IA premia chi sa usarla bene, il divario rischia di allargarsi.

Genere. La Commissione europea segnala nel rapporto 2026 sull’Italia la persistente sottorappresentazione delle donne nei percorsi di studio e nelle professioni legate alle tecnologie digitali.

Specialisti. Nonostante i progressi, per l’Italia l’indicatore sulle competenze digitali di base raggiunge il 68% del target fissato per il 2030, e permane una carenza strutturale di professionisti ICT, che il sistema educativo non copre.

Formazione percepita. Secondo l’Eurobarometro, il 39% degli italiani considera la mancanza di formazione una delle principali criticità legate all’uso dell’IA generativa. Il bisogno è sentito.

8. Una guida pratica

Se sei a scuola o all’università:

  • costruisci prima le basi, poi usa gli strumenti per approfondire;
  • impara a verificare fonti e risultati;
  • scegli almeno una competenza tecnica o di dominio in cui diventare davvero bravo.

Se cerchi il primo lavoro:

  • prepara un piccolo portfolio di cose concrete che sai fare, e che puoi spiegare;
  • considera percorsi che uniscono studio e pratica, come ITS e apprendistato;
  • chiedi alle aziende come usano questi strumenti e che formazione offrono.

Se lavori già:

  • chiedi quali strumenti sono autorizzati e con quali regole sui dati;
  • documenta cosa fai tu e cosa fa lo strumento;
  • investi in competenze di giudizio, relazione e responsabilità.

9. Cosa possono fare scuole, imprese e istituzioni

  1. Alfabetizzazione di base per tutti. Partire da accesso, sicurezza e senso critico, e non solo dagli strumenti più nuovi.
  2. Recuperare il primo gradino. Se i compiti junior si riducono, le imprese possono progettare percorsi di ingresso formativi, con tutor e responsabilità graduali.
  3. Formazione tecnica accessibile. Rafforzare ITS e percorsi professionalizzanti nelle aree digitali, con attenzione alla partecipazione femminile.
  4. Regole chiare nei luoghi di lavoro. Politiche scritte sull’uso degli strumenti, formazione dei neoassunti, informazione ai lavoratori come previsto dalla legge.
  5. Monitoraggio italiano. Raccogliere dati nazionali e regionali su assunzioni giovanili e adozione dell’IA, per non decidere sulla base di studi americani.
  6. Presidi territoriali. Servizi di facilitazione digitale, biblioteche, spazi giovanili e associazioni che aiutino chi parte da più indietro.

10. Basilicata: dove stanno le opportunità

La regione parte da un divario infrastrutturale, ma sta indirizzando alcune misure verso i settori giusti. L’avviso regionale BasilStep, rivolto ai giovani disoccupati con diploma tecnico o scientifico, indica tra i settori interessati digitale e intelligenza artificiale, cybersecurity, automazione e robotica, manifattura avanzata, energie rinnovabili e sistemi di accumulo. È un modo per legare tirocinio e fabbisogni delle imprese lucane.

La sfida sarà evitare che questi percorsi restino l’ennesima misura isolata: servono formazione di qualità, imprese disposte a stabilizzare e dati pubblici su cosa succede dopo.

11. Conclusioni

L’intelligenza artificiale non è né una condanna né una promessa automatica. Cambia ciò che si chiede a chi inizia a lavorare e rende più importante saper pensare, verificare e imparare. Per i giovani il rischio più concreto non è “essere sostituiti” in astratto, ma trovare il primo gradino più alto e meno accessibile, soprattutto se partono da territori e contesti con meno risorse.

Per questo la risposta non può essere solo individuale. Servono competenze di base diffuse, percorsi di ingresso ben progettati, regole conosciute e dati affidabili. Nel frattempo, a ciascuno può bastare un principio semplice: usare gli strumenti, senza smettere di imparare a fare da soli ciò che conta.

Lavoro dignitoso e diritti: contratti, stage non pagati, precarietà

Sommario: Avere un lavoro non basta: conta a quali condizioni. Per i giovani il nodo è la qualità: contratti brevi e ripetuti, stage senza compenso, salari bassi che si trasformano in pensioni basse. Questo articolo mette in ordine i dati, spiega le regole sui contratti e sugli stage e riassume il dibattito sul salario. Non mancano le posizioni diverse, perché su alcuni punti, come il salario minimo, il confronto è aperto.


1. Che cosa vuol dire “lavoro dignitoso”

La Costituzione (art. 36) parla di una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro e comunque sufficiente ad assicurare una vita libera e dignitosa. Dal punto di vista pratico, un lavoro dignitoso si riconosce da alcune cose semplici:

  • un contratto scritto coerente con ciò che si fa davvero;
  • una retribuzione adeguata e pagata con regolarità;
  • contributi versati, per avere malattia, disoccupazione e pensione;
  • sicurezza e orari rispettati;
  • una prospettiva, cioè la possibilità di crescere e stabilizzarsi.

2. La fotografia: due letture dello stesso mercato

I dati recenti non raccontano una storia sola.

Il lato positivo. Tra luglio 2025 e luglio 2026, secondo l’Istat, l’Italia ha guadagnato 307mila occupati, con 303mila dipendenti permanenti in più e 82mila contratti a termine in meno. In un anno, quindi, il lavoro stabile è avanzato.

Il lato critico. Nei dati mensili le oscillazioni sono forti: a giugno 2026 i dipendenti a termine sono aumentati di 91mila unità in un mese, mentre i contratti a tempo indeterminato calavano di 46mila. E per i più giovani il quadro resta difficile: sempre a giugno la disoccupazione giovanile è risultata al 18,4%.

La lezione è di metodo: un singolo mese non dice molto, e anche una crescita dell’occupazione può convivere con lavoro di bassa qualità. Un’analisi ADAPT individua il nodo urgente nella reiterazione di contratti brevi, che trattiene molti giovani in una condizione temporanea.

3. Salari bassi, pensioni basse

Il tema della retribuzione è quello che pesa di più sul lungo periodo. Una rielaborazione della CGIL su dati Inps, quindi una lettura sindacale da prendere come tale, sostiene che un operaio under 35 guadagna in media meno di 14.000 euro lordi l’anno, con uno scarto di oltre il 40% rispetto ai colleghi over 35 a parità di mansioni. La stessa analisi collega questa situazione a carriere discontinue e contributi frammentati, che producono pensioni inadeguate.

Il meccanismo, al di là delle cifre esatte, è facile da capire: chi entra tardi, alterna contratti brevi e periodi senza lavoro versa meno contributi. Il conto arriva dopo trent’anni.

4. I contratti: una guida rapida

FormaCos’èCosa guardare
Tempo indeterminatoRapporto senza scadenzaÈ la forma standard, con le maggiori tutele
Tempo determinatoRapporto con scadenzaDurata massima e causali (vedi sotto)
SomministrazioneAssunzione da un’agenzia, lavoro presso un’altra aziendaI periodi si sommano a quelli presso lo stesso utilizzatore
ApprendistatoContratto a tempo indeterminato con formazionePiano formativo e tutor reali
Collaborazioni e partita IVALavoro autonomoVerificare che non nascondano un lavoro subordinato
Part-timeOrario ridottoSe non scelto, può essere una precarietà mascherata
TirocinioPercorso formativoNon è un contratto di lavoro (vedi sotto)

Il contratto a termine, regola per regola

Le norme principali, riassunte da una guida aggiornata a luglio 2026:

  • senza indicare un motivo (acausale), il contratto può durare fino a un massimo di 12 mesi;
  • oltre i 12 mesi servono causali precise: dal 5 maggio 2023 sono quelle che legittimano il superamento dei 12 mesi, fino a un massimo di 24. Possono essere previste dai contratti collettivi o da esigenze individuate dalle parti, oltre alla sostituzione di altri lavoratori;
  • nel conteggio dei 24 mesi rientrano anche i periodi di somministrazione presso lo stesso datore di lavoro;
  • superare il limite è possibile solo con la deroga assistita, un unico ulteriore contratto di massimo 12 mesi firmato presso l’Ispettorato del lavoro.

Una conseguenza concreta: se un contratto supera i 12 mesi senza una causale valida, si trasforma a tempo indeterminato dalla data di superamento. Vale la pena controllare date e motivazioni scritte nel contratto. I contratti stagionali seguono regole in parte diverse.

5. Stage non pagati

Cosa dice il quadro attuale

Il tirocinio extracurriculare dovrebbe essere un percorso formativo, non un lavoro. Le linee guida nazionali prevedono un’indennità non inferiore a 300 euro lordi mensili, erogata per intero a fronte di una partecipazione minima del 70% su base mensile. Le regioni possono fissare importi più alti. In Basilicata, per i tirocini finanziati dalla misura BasilStep, l’indennità prevista è di 650 euro mensili.

Il problema

Resta una zona grigia. Secondo i dati citati dalla stampa sulle ricerche europee, il 45% di chi ha fatto uno stage nell’UE non ha ricevuto alcun pagamento, il 47% in Italia. Le cifre vanno lette con cautela, perché mescolano tipologie diverse, compresi gli stage obbligatori nei percorsi di studio. Ma segnalano un’area di abuso reale: lo stage usato come sostituto di un lavoro retribuito.

La direttiva europea in arrivo

La Commissione europea ha presentato nel marzo 2024 una proposta di direttiva per migliorare le condizioni di lavoro dei tirocinanti e contrastare i rapporti di lavoro regolari camuffati da tirocini. Il percorso è stato questo:

  • il Parlamento europeo, in commissione Occupazione, ha approvato la propria posizione con 42 voti favorevoli, 9 contrari e 6 astenuti. Prevede il principio “no contract, no internship”: contratto scritto con retribuzione, compiti e obiettivi formativi, e una durata massima ordinaria di sei mesi. Restano esclusi i tirocini obbligatori dei percorsi di studio o di apprendistato;
  • il Consiglio dell’UE ha concordato una posizione più flessibile, chiarendo che la direttiva non impone agli Stati membri di introdurre uno specifico rapporto di lavoro per i tirocinanti. Ha spinto per limitare l’applicazione ai soli stage con rapporto lavorativo formale, escludendo chi aderisce a programmi di istruzione o politiche attive.

Dopo queste posizioni si è aperta la fase negoziale tra le istituzioni.

Come riconoscere uno stage a rischio

  • non c’è un progetto formativo scritto né un tutor;
  • le mansioni coincidono con quelle di un dipendente;
  • l’indennità manca o è inferiore al minimo previsto;
  • i tirocinanti si susseguono per coprire lo stesso posto;
  • è una prassi fissa del settore, ma non porta mai a un’assunzione.

6. Il salario: un dibattito aperto

Su questo punto esistono due impostazioni, entrambe sostenute da argomenti seri.

Chi sostiene la contrattazione collettiva ricorda che in Italia i minimi sono fissati dai contratti nazionali. Secondo Eurostat, al 1° luglio 2026 22 Paesi UE su 27 hanno un salario minimo nazionale, mentre Italia, Austria, Danimarca, Finlandia e Svezia si affidano soprattutto alla contrattazione collettiva. Il governo preferisce parlare di “salario giusto”: il decreto Lavoro del 2026 individua nella contrattazione collettiva lo strumento per determinare il salario giusto e lo lega alla concessione dei bonus contributivi.

Chi sostiene un salario minimo legale osserva che i contratti non coprono tutti e che esistono contratti con minimi molto bassi. La proposta delle opposizioni prevede 9 euro lordi l’ora, senza sostituire la contrattazione collettiva. A livello europeo, la direttiva del 2022 chiede agli Stati con copertura contrattuale sotto l’80% di prevedere un quadro favorevole alla contrattazione collettiva e un piano d’azione per promuoverla.

I punti di maggiore confronto sono tre: quanto copre davvero la contrattazione, quali effetti avrebbe una soglia legale sulle piccole imprese e sul lavoro irregolare, e chi decide quali contratti sono “rappresentativi”. Sono questioni su cui è utile che i giovani siano informati e non solo schierati.

7. La Basilicata

Il contesto lucano ha luci e ombre. Il Rapporto della Banca d’Italia 2026 segnala che nel 2025 il prodotto regionale si è ridotto dello 0,2% a prezzi costanti. Sul fronte delle assunzioni, il sistema Excelsior prevede circa 4.500 entrate per aprile 2026, ma con il 44% dei profili difficile da reperire. Lo stesso comunicato, ripreso dalla Camera di Commercio, segnala che solo il 12% delle nuove entrate previste sarà stabile, cioè a tempo indeterminato o in apprendistato.

È una combinazione rilevante: le imprese dichiarano di non trovare persone, ma offrono per lo più contratti non stabili. Se i giovani qualificati hanno alternative altrove, la carenza di profili e la precarietà possono alimentarsi a vicenda.

Sul versante delle politiche, la Regione ha lanciato BasilStep, che affianca all’indennità di tirocinio un incentivo di 10mila euro l’anno per due anni, fino a 20mila euro, per le imprese che assumono il giovane a tempo indeterminato. È un modo per orientare lo stage verso un’assunzione stabile. Quanti tirocini si trasformeranno davvero in contratti lo diranno i dati, che vanno pubblicati.

8. I diritti in pratica

Prima di accettare:

  • chiedere il contratto o il progetto formativo per iscritto;
  • verificare mansioni, orario, retribuzione e contratto collettivo applicato;
  • diffidare da chi propone di “non far risultare” il rapporto: il lavoro non dichiarato non dà contributi né tutele.

Durante il rapporto:

  • conservare buste paga, comunicazioni e prospetti orari;
  • controllare che i contributi vengano versati;
  • se si è tirocinanti, verificare presenza di tutor e rispetto dell’indennità.

Quando c’è un problema:

  • sindacati e patronati offrono assistenza, di solito gratuita o a basso costo;
  • l’Ispettorato territoriale del lavoro riceve segnalazioni su rapporti irregolari;
  • i servizi per l’impiego e l’agenzia regionale possono orientare sulle misure attive.

9. Che cosa si può fare: proposte

  1. Pubblicare gli esiti. Per tirocini e incentivi, rendere pubblico quanti diventano contratti stabili, dopo uno e tre anni.
  2. Controlli mirati. Rafforzare le verifiche nei settori dove i tirocini sostituiscono lavoro dipendente.
  3. Un contratto-tipo trasparente. Schemi chiari per stage e apprendistato, con obiettivi formativi misurabili.
  4. Incentivi legati alla qualità. Premiare le imprese che stabilizzano, e non solo quelle che assumono a termine.
  5. Informazione ai giovani. Sportelli, guide e newsletter sui diritti, anche nelle scuole e negli atenei.
  6. Un patto territoriale. Regione, imprese, sindacati, università e terzo settore che condividano un obiettivo regionale sulla quota di contratti stabili per i giovani.

10. Conclusioni

Il lavoro dignitoso non è un tema ideologico: riguarda cose concrete come contratto, stipendio, contributi e prospettive. I dati mostrano che l’occupazione cresce, ma anche che molti giovani restano intrappolati in rapporti brevi, stage senza compenso e salari bassi. Le regole esistono e a volte funzionano, ma richiedono controlli, trasparenza e conoscenza.

Su alcune scelte politiche, come il salario minimo, si può e si deve discutere con posizioni diverse. Su altre c’è meno da discutere: uno stage che sostituisce un lavoro, un contratto senza contributi, un tirocinio senza tutor non sono flessibilità. Sono abusi, e vanno riconosciuti e contrastati.

Tirocini, apprendistato, ITS: guida alle strade verso il lavoro

Sommario: Per un giovane che cerca lavoro, le porte d’ingresso sono più di una e non sono equivalenti. Il tirocinio è un periodo di formazione in azienda e non un contratto di lavoro. L’apprendistato è un contratto vero e proprio, a tempo indeterminato, con una componente formativa. Gli ITS Academy sono percorsi tecnici post-diploma che portano a un titolo e a un’occupazione qualificata. Questa guida spiega come funzionano, a chi servono e quali attenzioni usare, con un focus sulla Basilicata.


1. Perché serve una guida

Il mercato del lavoro giovanile ha un paradosso. Da un lato molti ragazzi non trovano lavoro, dall’altro le imprese faticano a reperire profili tecnici. Secondo le stime del Ministero dell’Istruzione basate su dati Unioncamere, ogni anno i posti da coprire con diplomati tecnici e professionali sono tra 160.000 e 186.000, a fronte di circa 153.800 giovani in uscita da questi indirizzi, con una carenza stimata tra 8.000 e 33.000 unità all’anno.

Il punto, quindi, non è solo creare posti, ma far incontrare persone e imprese con strumenti adatti. Ed è qui che si inciampa: tirocinio, apprendistato e ITS vengono spesso confusi, o proposti senza spiegare cosa comportano.

2. La mappa in breve

TirocinioApprendistatoITS Academy
Cos’èPercorso formativo in aziendaContratto di lavoro con formazionePercorso tecnico post-diploma
È un contratto di lavoro?NoSì, a tempo indeterminatoNo, è un corso di studi
Per chiGiovani e disoccupati, anche neolaureatiGiovani, con fasce d’età per tipologiaDiplomati
DurataMesiAnniDue o tre anni
Cosa si ottieneEsperienza e competenzeQualifica e stipendioDiploma di tecnico superiore
Rischio principaleUso improprio come lavoro mascheratoFormazione solo sulla cartaCorsi poco connessi al territorio

3. Il tirocinio

Cos’è

Il tirocinio extracurriculare è rivolto a chi ha già concluso gli studi o è in cerca di occupazione. Serve a imparare sul campo e ad avvicinarsi all’impresa. Non è un rapporto di lavoro: per questo le istituzioni insistono sulla lotta ai rapporti di lavoro regolari camuffati da tirocini.

Regole di base

I tirocini sono regolati da linee guida nazionali del 2017 e dalla normativa di ciascuna regione. In Basilicata, il regolamento dell’Università prevede per i propri laureati una durata massima di 12 mesi, proroghe comprese, estesa a 24 per le persone con disabilità, e un’indennità a carico del soggetto ospitante. Per le misure finanziate con fondi pubblici, come quelle di Garanzia Giovani, la durata è invece stata fissata tra un minimo di due e un massimo di sei mesi.

Sull’indennità, le linee guida nazionali stabiliscono un importo non inferiore a 300 euro lordi mensili, erogato per intero a fronte di una partecipazione minima del 70% su base mensile. Le regioni possono prevedere importi più alti. Una ricognizione INAPP riporta per la Basilicata 450 euro, ma la cifra va verificata sulla disciplina regionale vigente.

La novità lucana: BasilStep

A settembre 2026 la Giunta regionale ha approvato l’avviso BasilStep – Tirocini & Lavoro, finanziato con il programma Fesr Fse+ 2021-2027 con una dotazione di 2,2 milioni di euro, rivolta ai giovani disoccupati tra 18 e 29 anni, residenti in Basilicata, in possesso di un diploma di maturità a indirizzo tecnico o scientifico.

Le caratteristiche principali:

  • indennità mensile di 650 euro, per una durata ordinaria tra due e sei mesi, con impegno tra 100 e 140 ore al mese;
  • numero di tirocini per impresa proporzionato alla dimensione: uno per le imprese fino a cinque dipendenti, due per quelle da sei a venti, e fino al 10% degli occupati oltre tale soglia;
  • incentivo all’assunzione: le imprese che assumono il giovane a tempo indeterminato possono ricevere 10mila euro l’anno per due anni, fino a un massimo di 20mila euro per assunzione.

È un esempio di come il tirocinio possa essere collegato a un’assunzione. Resta da vedere, quando ci saranno dati, quanti tirocini si trasformeranno davvero in contratti stabili.

Come riconoscere un buon tirocinio

  • esiste un progetto formativo scritto, con obiettivi e competenze da acquisire;
  • c’è un tutor in azienda e uno nell’ente promotore;
  • l’indennità è quella prevista e viene pagata con regolarità;
  • le attività sono coerenti con il percorso e non coprono semplicemente un posto vacante;
  • l’impresa dichiara cosa può accadere dopo.

4. L’apprendistato

Cos’è

L’apprendistato è, per il Ministero del Lavoro, un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato finalizzato alla formazione e all’occupazione giovanile, disciplinato dal D.Lgs. 81/2015. È la differenza decisiva rispetto al tirocinio: qui c’è un contratto, una retribuzione e dei diritti da lavoratore, con in più un obbligo di formazione.

Le tre tipologie

Primo livello: qualifica e diploma professionale. Per i giovani dai 15 ai 25 anni compiuti, finalizzato a conseguire qualifica, diploma professionale, diploma di istruzione secondaria superiore o certificato di specializzazione tecnica superiore in ambiente di lavoro. La durata non può superare tre anni, elevabili a quattro per il diploma professionale quadriennale.

Secondo livello: professionalizzante. Per i giovani tra i 18 e i 29 anni compiuti, per apprendere un mestiere o conseguire una qualifica professionale. La durata massima è di tre anni, elevati a cinque per le figure dell’artigianato individuate dalla contrattazione collettiva. Dal 2022 è possibile assumere con questa formula, senza limiti di età, anche lavoratori beneficiari di integrazione salariale straordinaria, per qualificazione o riqualificazione.

Terzo livello: alta formazione e ricerca. Per i giovani tra i 18 e i 29 anni, per conseguire titoli universitari e di alta formazione, compresi i dottorati di ricerca, i diplomi ITS, attività di ricerca e il praticantato per le professioni ordinistiche.

Questo terzo livello è un ponte tra i temi trattati in questa guida: permette di svolgere un percorso ITS o un dottorato mentre si lavora in azienda con un contratto.

Perché è interessante

  • dà uno stipendio e una tutela contrattuale fin dall’inizio;
  • trasforma la formazione in un obbligo dell’impresa, e non in una concessione;
  • crea un legame stabile con l’azienda, perché il contratto nasce a tempo indeterminato.

Cosa verificare

  • il piano formativo individuale: ci sono ore di formazione effettive, o solo di lavoro?
  • il tutor aziendale, con competenze reali per insegnare il mestiere;
  • il contratto collettivo applicato e l’inquadramento;
  • le prospettive di conferma al termine.

5. Gli ITS Academy

Cosa sono

Sono percorsi biennali o triennali a numero chiuso, finanziati con risorse nazionali e regionali e monitorati da Indire per conto del Ministero. La frequenza è gratuita per tutti gli iscritti e si conclude con il diploma di Tecnico Superiore. Il sistema si inserisce nella filiera tecnico-professionale: gli studenti possono completare quattro anni di scuola tecnica o professionale e proseguire con altri due anni di ITS.

I numeri

Al 1° febbraio 2026, secondo la fotografia di Indire, risultavano 33.434 iscritti a 2.275 percorsi, distribuiti in 149 ITS Academy, con 5.482 imprese partner. Il Ministero ricorda che le Fondazioni sono 147, distribuite in dieci aree tecnologiche strategiche. Le cifre differiscono leggermente per data e metodo di conteggio.

Sul versante occupazionale, i dati sui 450 percorsi terminati nel 2023 indicano che l’84% risulta occupato a un anno dal diploma e, tra questi, il 93% ha un lavoro coerente con il percorso. Anche i dati del Ministero riportano circa l’84% di occupati e quasi il 92% di impieghi coerenti.

Alcuni siti divulgativi citano percentuali più alte, fino all’87%, e parlano di lavoro “garantito”. Conviene attenersi ai dati ufficiali di Indire e Ministero, e diffidare delle promesse assolute.

Basilicata

La regione ha una propria Fondazione: tra gli ITS dell’area energia compare l’ITS Academy di Basilicata, con percorsi in efficienza energetica e meccatronica.

Le criticità

  • L’abbandono: nell’area energia il tasso è pari al 21,3%, una quota che riduce il numero finale di diplomati.
  • Il numero chiuso: i posti sono limitati e la selezione conta.
  • Le differenze tra territori e corsi: la media nazionale nasconde percorsi più e meno efficaci. Conviene chiedere alla Fondazione quanti diplomati dell’anno scorso lavorano oggi, in quale ambito e con quale contratto.

6. Come combinare le strade

I tre strumenti non sono alternativi. Possono costruire percorsi diversi a seconda del punto di partenza.

Il diplomato tecnico o scientifico. Può puntare a un ITS per specializzarsi, oppure a un tirocinio qualificato come BasilStep, o a un apprendistato professionalizzante se trova un’azienda disposta a formarlo. Un apprendistato di terzo livello permette anche di unire ITS e contratto di lavoro.

Il laureato. Può usare il tirocinio per un primo contatto con l’impresa e valutare poi l’apprendistato di alta formazione, o un dottorato industriale se il profilo è orientato alla ricerca.

Il giovane inattivo o con titolo di studio basso. Qui servono misure di accompagnamento. A livello nazionale operano l’incentivo Neet, il Bonus Giovani e il Piano integrato Autoimpiego, con 576 milioni di euro, nell’ambito del programma Giovani, donne e lavoro Fse+ 2021-2027. Il programma lavora anche su emersione, ingaggio e attivazione, con piani di azione personalizzati. L’apprendistato di primo livello può offrire una strada a chi non ha concluso gli studi.

7. Cosa può andare storto

Il tirocinio usato come lavoro a basso costo. Se l’attività non ha contenuto formativo e viene ripetuta da un tirocinante dopo l’altro, lo strumento perde senso.

L’apprendistato senza formazione. Il contratto c’è, ma la formazione è assente o formale.

L’ITS senza imprese vere. Un corso scollegato dal territorio non produce occupazione, qualunque sia la media nazionale.

La frammentazione. Giovani e imprese si perdono tra bandi, sportelli e sigle diverse. Senza una regia, ogni misura funziona a sé.

La mancanza di dati locali. Per la Basilicata non ho trovato dati pubblici che dicano quanti tirocini si trasformano in contratti, o quanti diplomati ITS lucani restano in regione. Senza questi numeri è difficile valutare cosa funzioni davvero.

8. Domande da fare prima di scegliere

Per un giovane:

  • chi mi seguirà e con quale competenza?
  • cosa imparerò, e come verrà certificato?
  • quanto è l’indennità o lo stipendio, e quando verrà pagato?
  • cosa succede alla fine: quanti di quelli che sono passati di qui sono stati assunti?

Per un’impresa:

  • ho un progetto formativo reale e una persona in grado di seguirlo?
  • posso garantire una prospettiva, oppure sto cercando manodopera temporanea?
  • conosco gli incentivi disponibili e le regole da rispettare?

9. Conclusioni

Tirocinio, apprendistato e ITS rispondono a esigenze diverse e hanno rischi diversi. Il tirocinio è una porta d’ingresso, l’apprendistato è un contratto che unisce lavoro e formazione, l’ITS è un percorso di specializzazione che dialoga con le imprese. Funzionano meglio quando sono collegati tra loro e quando alle spalle c’è un sistema che li governa: università, imprese e istituzioni che parlano la stessa lingua.

Per i giovani lucani, le novità recenti, come BasilStep, vanno nella direzione giusta. Ora serve misurare i risultati e raccontarli in modo trasparente. È il modo migliore per distinguere gli strumenti utili da quelli che esistono solo sulla carta.


Dottorati industriali: cosa sono, come funzionano, a chi servono

Sommario: Il dottorato industriale è un percorso di ricerca triennale in cui università e impresa lavorano insieme su un progetto comune. Il giovane ricercatore passa parte del tempo in azienda, che contribuisce anche al finanziamento. Nato per avvicinare mondo accademico e produttivo, in Italia ha avuto un forte impulso con il PNRR. Per capire se funziona bisogna guardare con attenzione norme, numeri e limiti.

Le fonti sono citate nel testo. Dove i dati mancano o sono incerti, lo segnalo.


1. Cos’è un dottorato industriale

Il dottorato di ricerca è il più alto titolo di studio universitario. Quello “industriale” non è un titolo diverso, ma una modalità di svolgimento: la normativa italiana, il DM 226/2021, prevede che i corsi possano essere attivati in convenzione con soggetti pubblici e privati di elevata qualificazione, tra cui le imprese. I dottorati attivati in collaborazione con le imprese possono essere definiti industriali, in relazione al collegio di dottorato e al progetto formativo.

In pratica, il dottorato in convenzione con un’impresa è, secondo la presentazione di un ateneo, una collaborazione formale tra università e impresa, con obiettivi scientifici e applicativi condivisi. L’impresa, a sua volta, deve possedere una dimostrabile attività di ricerca.

La differenza rispetto a un dottorato tradizionale è nel punto di partenza. Qui la domanda di ricerca nasce, almeno in parte, da un bisogno reale dell’azienda e non soltanto dall’interesse accademico. Nel caso dei dottorati innovativi finanziati dal PNRR, per esempio, il progetto nasce da un bisogno di innovazione dell’impresa e vede l’università mettere a disposizione le proprie competenze.

2. Come funziona, passo per passo

La convenzione. Tutto comincia da un accordo formale tra università e impresa, che definisce il tema di ricerca, gli impegni reciproci, la borsa e il percorso formativo. Il collegio dei docenti resta il responsabile del programma formativo.

Il progetto. Il dottorando lavora su un tema condiviso. L’attività si svolge in parte in università e in parte in azienda, in stretta collaborazione con i team di ricerca e sviluppo dell’impresa.

I due tutor. Il percorso è seguito da un riferimento accademico e da un tutor aziendale. È un elemento chiave: serve a garantire che la ricerca resti rigorosa e, insieme, utile all’impresa.

Le tappe obbligatorie nei dottorati innovativi PNRR. Le borse in collaborazione con le imprese prevedono almeno sei mesi di studio e ricerca all’estero e almeno sei mesi in impresa nell’arco del triennio.

Il finanziamento. L’impresa può contribuire in tutto o in parte al finanziamento della borsa. Nei bandi PNRR, il cofinanziamento delle imprese è pari ad almeno il 50%, da distribuire in tre anni. Per dare un ordine di grandezza, una presentazione dell’Università di Palermo per il XL ciclo indica una borsa lorda annuale di 16.243 euro. Secondo AlmaLaurea, solo il 40,7% dei dottori di ricerca ritiene adeguato il finanziamento ricevuto. L’importo, quindi, resta un tema aperto.

Le agevolazioni per chi assume. Per incoraggiare le imprese, la normativa ha previsto un esonero contributivo totale per l’assunzione a tempo indeterminato di dottori di ricerca, riconosciuto alle imprese che partecipano al finanziamento delle borse di dottorato innovativo, con un tetto di spesa complessivo di 150 milioni di euro per il periodo 2024-2026.

I dipendenti che studiano. Le convenzioni possono riguardare anche posti coperti da dipendenti delle imprese: un lavoratore già assunto può così fare il dottorato mantenendo il legame con l’azienda.

3. Le diverse forme: non tutti i dottorati con imprese sono uguali

È utile distinguere tre situazioni, perché i termini si confondono spesso.

TipologiaCaratteristicaChi finanzia
Dottorato in collaborazione con imprese (art. 10 DM 226/2021)Convenzione tra università e impresa, definito “industriale” in base al collegio e al progettoImpresa totalmente o in parte, più risorse dell’ateneo
Dottorato innovativo PNRRBorse legate ai fabbisogni di innovazione delle imprese, con soglia minima di cofinanziamentoFondi PNRR e almeno il 50% a carico dell’impresa
Dottorato per dipendentiPosti riservati a lavoratori dell’impresaIn genere impresa e ateneo, secondo convenzione

4. A chi servono

Ai giovani ricercatori

È un’opportunità per costruire un profilo che unisce competenza scientifica ed esperienza in azienda. Il dottorato resta un titolo molto spendibile: secondo l’indagine Istat 2025, il tasso di occupazione dei dottori di ricerca raggiunge il 96,1% a quattro o sei anni dal titolo.

Quel dato, però, va letto con cautela. L’occupazione è alta, ma la qualità del lavoro è un’altra questione: tra chi lavora in Italia, solo il 37,2% svolge un lavoro per cui è richiesto il dottorato, contro il 59,6% di chi lavora all’estero. Inoltre, in alcuni ambiti scientifici quasi la metà lavora con un assegno di ricerca, forma contrattuale legata ai fondi PNRR. E le indagini usano definizioni diverse di “occupato”, che rendono i confronti delicati.

Alle imprese

Offrono accesso a competenze avanzate e a un progetto di ricerca coerente con i propri obiettivi, senza dover costruire da sole un laboratorio. Per le piccole imprese, però, l’impegno economico e organizzativo può pesare. Un’analisi AlmaLaurea ricorda che le imprese italiane investono tradizionalmente poco in ricerca e che tra le cause rientra anche la dimensione aziendale.

All’università

Può aprire collaborazioni stabili, orientare la ricerca verso problemi concreti e rendere i percorsi dottorali più legati al mercato del lavoro.

Al territorio e al Paese

L’Italia ha pochi dottori di ricerca: secondo Eurostat, solo una persona su mille tra i 25 e i 34 anni completa ogni anno un dottorato, contro una media UE di 1,5 e 2,1 in Germania. L’Istat colloca l’Italia al 22° posto nell’UE27 per quota di dottori di ricerca nella popolazione, con lo 0,4% nel 2021. E il fenomeno dell’emigrazione è rilevante: nel 2025 il 10,4% dei dottori lavora fuori dall’Italia.

5. L’impulso del PNRR

Dal 2023 i numeri sono cresciuti molto. Il Ministero ha annunciato 18.770 nuove borse per l’anno accademico 2023-2024, con un investimento superiore a 726 milioni di euro, e il maggior numero destinato ai dottorati innovativi con le imprese.

Lo stesso ministro avvertiva, però, che occorre una visione di lungo respiro che vada oltre la scadenza del 2026 prevista dal PNRR. È il punto più delicato: un sistema che cresce con fondi a termine rischia di ridursi quando i fondi finiscono.

6. Il caso Basilicata

Il territorio lucano ha già un’esperienza su questo terreno. Nel 2017 la Regione e l’Università della Basilicata firmarono una convenzione per 16 borse di dottorato su tecnologie abilitanti Industria 4.0 per il XXXIII ciclo, seguita da 27 borse per il ciclo successivo. Le borse erano destinate prevalentemente a giovani laureati residenti in Basilicata o a temi di interesse regionale.

Con il PNRR, secondo l’assessore regionale alle Politiche di sviluppo, sono arrivati 2 milioni e 130mila euro e l’Università della Basilicata dispone di 71 dottorati industriali. Il numero è quello dichiarato dall’esponente regionale e andrebbe verificato sui bandi ufficiali.

7. Limiti e criticità: cosa dicono i dati, cosa non dicono

Mancano dati sugli esiti dei dottorati industriali in sé. Le statistiche Istat e AlmaLaurea riguardano i dottori di ricerca in generale. Non ho trovato dati pubblici che isolino gli esiti dei percorsi industriali, cioè quanti restano in azienda, con quale contratto e per quanto tempo. Senza questi numeri è impossibile dire se il modello produca davvero più occupazione qualificata.

Il rischio dell’effetto a termine. Se l’impresa cofinanzia ma non ha un posto in cui inserire il ricercatore, il percorso si chiude con la partenza del dottore di ricerca. L’esonero contributivo per le assunzioni serve a ridurre questo rischio, ma è temporaneo.

L’accesso diseguale. Le imprese con più risorse hanno maggiore capacità di partecipare. Le piccole rischiano di restare ai margini, e con loro i territori in cui prevalgono.

La coerenza del progetto. Un dottorato è utile se il tema ha un valore scientifico e industriale reale. Se diventa un modo per ottenere manodopera qualificata a basso costo, perde senso. Per questo contano il ruolo del collegio e la qualità del tutoraggio.

Un titolo per pochi. Il dottorato industriale riguarda una platea ristretta di laureati. Non risponde ai bisogni di chi ha altri titoli di studio o di chi si trova fuori dal circuito formativo.

8. Domande utili prima di partire

Per un giovane che valuta una borsa:

  • il tema di ricerca ha un valore scientifico, oltre che aziendale?
  • chi sono i tutor e come seguiranno il percorso?
  • l’impresa ha già assunto in passato dottori di ricerca?
  • quali prospettive ci sono dopo i tre anni?

Per un’impresa che valuta di aderire:

  • ho un progetto di ricerca concreto e le persone per seguirlo?
  • posso sostenere il cofinanziamento e, dopo, un’assunzione qualificata?
  • posso consorziarmi con altre imprese per condividere costi e competenze?

9. Conclusioni

Il dottorato industriale ha una logica solida: avvicinare ricerca e impresa, formare competenze avanzate e dare ai giovani un’alternativa a un percorso solo accademico. In un Paese con pochi dottori di ricerca e molte partenze, è uno strumento che merita attenzione.

Ma è uno strumento, non una soluzione. Funziona se il progetto è serio, se l’impresa è pronta ad accogliere il ricercatore e se, alla fine dei tre anni, esiste un posto in cui restare. Per saperlo servono dati che oggi mancano: per questo conviene chiedere a università e istituzioni di monitorare e pubblicare gli esiti, a uno, tre e cinque anni dal titolo.

Giovani e Liberi inaugura il nuovo portale: uno spazio digitale per la rappresentanza giovanile

Sommario: L’Associazione Nazionale Giovani e Liberi presenta il suo nuovo portale web. L’obiettivo è dare ai giovani un luogo di informazione, partecipazione e proposta, in una fase in cui il disagio sociale chiede risposte politiche e strumenti di ascolto.

Nota per la pubblicazione: non ho trovato fonti pubbliche che descrivano il nuovo portale, quindi non ho inventato dettagli. I punti tra parentesi quadre [ ] vanno completati o confermati da chi conosce il progetto. Il resto si basa su ciò che l’Associazione ha dichiarato di sé e sulla sua linea politica.


Un nuovo spazio, una vecchia battaglia

Con il lancio del nuovo portale www.giiovanieliberi.org , l’Associazione Nazionale Giovani e Liberi compie un passo che da tempo ritiene necessario: dotarsi di un luogo digitale riconoscibile, aperto e aggiornato, in cui i giovani possano informarsi, confrontarsi e contribuire.

La scelta si inserisce in una storia precisa. L’Associazione ricorda di aver avanzato, anni fa, ai presidenti della Repubblica Scalfaro e poi Ciampi, la proposta di un organismo nazionale di rappresentanza giovanile. Quella proposta si è poi concretizzata nel Forum Nazionale dei Giovani. Oggi Giovani e Liberi sostiene la necessità di rilanciare un organismo di questo tipo, perché le politiche giovanili, a suo giudizio, non sono più procrastinabili.

Il portale vuole essere lo strumento operativo di questa linea: non una vetrina, ma un luogo da cui far partire iniziative, raccogliere istanze e rendere trasparente il lavoro dell’Associazione.

Perché un portale, e perché adesso

Le ragioni sono almeno tre.

1. Il disagio sociale ha bisogno di canali. L’Associazione condanna con chiarezza ogni forma di violenza nelle manifestazioni, ma sostiene che le ragioni del disagio vadano comprese e non liquidate. Una generazione che non trova ascolto nelle sedi istituzionali tende a cercarlo altrove, e non sempre nei modi migliori. Offrire un canale strutturato di informazione e proposta è una risposta concreta a questa distanza.

2. L’informazione giovanile è frammentata. Opportunità, bandi, servizi e notizie sui diritti sono sparsi tra siti istituzionali, social network e passaparola. Un punto di riferimento ordinato e comprensibile può ridurre queste asimmetrie, soprattutto nei territori meno serviti.

3. La rappresentanza ha bisogno di visibilità. Un organismo nazionale non regge senza una base che lo conosca, lo alimenti e lo controlli. Il portale è pensato anche come strumento di accountability: documenti, posizioni e attività consultabili da chiunque.

Cosa trovano gli utenti

Questa sezione va adattata alle funzioni realmente attive. Elenco le aree tipiche di un portale associativo, da confermare o eliminare:

  • Chi siamo: storia, missione, statuto, organi e contatti
  • Notizie e comunicati: posizioni ufficiali, rassegna delle iniziative, approfondimenti
  • Politiche giovanili: documenti e proposte, in particolare sul rilancio della rappresentanza nazionale
  • Area utenti: registrazione e accesso per partecipare alle attività
  • Newsletter: aggiornamenti periodici per gli iscritti
  • Partecipazione: modalità di adesione, volontariato, segnalazioni e proposte

Come partecipare

Per entrare in contatto con l’Associazione o aderire alle iniziative è sufficiente visitare il portale [indirizzo], consultare le sezioni e, se si desidera, registrarsi per ricevere aggiornamenti [procedura da confermare]. I contatti per stampa e collaborazioni sono disponibili alla pagina [sezione contatti].

Dati personali e regole d’uso

Un portale con registrazione e newsletter tratta dati personali, e questo comporta obblighi precisi. Il portale dovrebbe indicare in modo visibile:

  • l’informativa privacy e il titolare del trattamento;
  • le finalità per cui si raccolgono i dati e i tempi di conservazione;
  • le modalità per modificare o cancellare il proprio account e per disiscriversi dalla newsletter;
  • le regole di utilizzo e di comportamento negli spazi di interazione.

Per un’associazione che chiede fiducia ai giovani, la trasparenza su questi aspetti è parte integrante del messaggio, non un adempimento burocratico.

Uno sguardo critico: cosa un portale non può fare

Sarebbe un errore presentare un sito web come la soluzione. Alcuni limiti vanno detti apertamente.

  • Un portale non è rappresentanza. È uno strumento. La rappresentanza nasce dalla partecipazione reale, dalle scelte condivise e dal confronto con le istituzioni, non dal numero di pagine online.
  • Il digitale non raggiunge tutti. Nei territori con minore connettività o minore alfabetizzazione digitale, un servizio solo online rischia di escludere proprio chi ha più bisogno di ascolto. Il lavoro sul territorio resta indispensabile.
  • Gli impegni si misurano nel tempo. Un portale utile è un portale aggiornato. La sua credibilità dipenderà dalla costanza con cui sarà curato, non dal giorno del lancio.
  • Mancano ancora dati di impatto. Al momento non esistono numeri su utenti, adesioni o risultati. Sarà onesto pubblicarli nel tempo, anche quando non saranno lusinghieri.

Le prossime tappe

L’Associazione intende usare il portale come base per rilanciare il dibattito su un organismo nazionale di rappresentanza giovanile, a partire dal disagio sociale e dalla partecipazione dei giovani al voto. L’invito è rivolto a giovani, associazioni, scuole, enti locali e istituzioni: il portale è aperto a chi vuole contribuire.