Giovani, non lasciamoli indietro: serve un organismo nazionale di rappresentanza
Di Associazione Nazionale Giovani e Liberi
Il voto di marzo ha mostrato che i giovani, se vedono un motivo per farlo, partecipano. Ora il disagio sociale chiede risposte politiche stabili, non applausi occasionali.
1. Una premessa da cui partire
Quando una generazione torna alle urne dopo anni di distacco, la politica ha due strade. Può festeggiare la ritrovata partecipazione e passare oltre, oppure può chiedersi perché quella partecipazione sia tornata e come trattenerla. Noi di Giovani e Liberi pensiamo che la seconda sia l’unica strada seria.
Facciamo politica giovanile da molti anni. Ricordiamo bene quando, come associazione nazionale, portammo la proposta di un Forum Nazionale dei Giovani prima al presidente Scalfaro e poi al presidente Ciampi, e quella proposta divenne realtà. Per questo abbiamo il diritto, e secondo noi il dovere, di dire una cosa semplice: oggi serve tornare a ragionare di un organismo nazionale di rappresentanza dei giovani, con voce e poteri reali.
Lo diciamo con due convinzioni insieme. Condividiamo le preoccupazioni per un disagio sociale che cresce, e vogliamo capirne le ragioni. Condanniamo con chiarezza ogni violenza nelle piazze, perché la violenza non rappresenta i giovani, li danneggia. Chi pensa che le due posizioni siano in contraddizione sbaglia: chi vuole davvero ridurre la violenza deve offrire ai giovani sedi dove essere ascoltati.
2. Il voto dei giovani: cosa ci dice e cosa no
Al referendum costituzionale sulla giustizia del marzo 2026 il fronte del No ha vinto nettamente. Con quasi il 54% dei voti e un’affluenza intorno al 59%, un dato che non si vedeva da anni, la fascia 18-34 sembra aver trainato il risultato: secondo un sondaggio Rai, il 61,1% dei giovani ha votato per lasciare la Costituzione invariata. Le analisi territoriali hanno letto il dato in modo simile: i più giovani, che alle Politiche del 2022 avevano mostrato distacco, hanno trasformato il referendum in un voto di protesta contro il governo.
Su questo punto serve onestà, perché il dato si presta a letture di comodo.
Primo: sarebbe un errore dire che i giovani abbiano votato sul merito tecnico della riforma. Più di un osservatore ha sostenuto che il risultato dipendesse solo in parte dal quesito. Cacciari, ad esempio, scriveva sulla Stampa che dipendeva in minima parte dal merito della riforma e molto di più dalla situazione sociale ed economica complessiva, dalla precarietà e dalla guerra.
Secondo: il referendum è uno strumento particolare. Il ricercatore del Cnr Antonio Tintori ha osservato che pesa “l’assenza della delega”, presente invece nelle altre tornate elettorali. Un sì o un no è semplice e immediato, e un’analisi su Avvenire ha notato che per i giovani è più facile dire “no” che indicare una forza politica.
Terzo: una partecipazione eccezionale non è ancora un’adesione stabile. L’analisi di ItaliaOggi lo dice bene: la partecipazione giovanile è aumentata in modo significativo, ma l’astensione resta alta tra i giovani, segno di un interesse politico ancora limitato. Tintori aggiunge un dato che dovrebbe far riflettere tutti: oltre il 65% dei ragazzi non ha appartenenza politica.
Il politologo Stefano Bartolini ha scritto, a proposito della mobilitazione per Gaza, che la passività politica dei giovani è dovuta più a isolamento, impotenza e sfiducia nella possibilità di incidere che a disinteresse. È una chiave di lettura che sentiamo vera. I giovani non sono indifferenti: sono scettici sul fatto che la politica li ascolti. Il voto di marzo ci dice che, quando percepiscono che il loro voto conta, rispondono.
Capire non significa giustificare. Ma per capire bisogna guardare le cause, che conosciamo bene perché le vediamo ogni giorno, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle aree interne come la nostra Basilicata:
Il disagio sociale, ricordiamolo, non nasce nelle piazze: nelle piazze si vede. Chi ne parla come di un problema di ordine pubblico guarda il sintomo e non la malattia.
4. Comprendere sì, giustificare mai
Lo diciamo senza ambiguità: condanniamo le manifestazioni violente. Per tre ragioni.
Chi ha a cuore i giovani dovrebbe quindi fare due cose insieme: isolare la violenza e prendere sul serio le ragioni di chi manifesta pacificamente. La sola repressione, senza ascolto, non spegne il disagio: lo sposta dove è meno visibile. Un canale istituzionale credibile permette invece di trasformare la rabbia in proposta.
5. Da dove veniamo: la storia del Forum Nazionale dei Giovani
Il Forum Nazionale dei Giovani nacque all’inizio degli anni Duemila come piattaforma di organizzazioni giovanili di ispirazione diversa: associazioni, giovanili di partito, movimenti, organizzazioni del volontariato e del mondo cattolico, laico e sindacale. Le fonti collocano la fondazione tra il 2002 e il 2004, e un Manifesto del Forum circolava già all’inizio del 2003. Nel 2011 il Forum si descriveva come una piattaforma di oltre 75 organizzazioni, per una rappresentanza di circa 4 milioni di giovani. Nell’elenco compariva anche il Forum Regionale dei Giovani della Basilicata, a testimonianza che l’esperienza ha toccato anche i nostri territori.
L’idea di fondo era giusta: i giovani devono avere un interlocutore riconosciuto, come accade in molti Paesi europei, dove esistono consigli nazionali della gioventù. Il Forum chiedeva proprio questo, un Consiglio nazionale riconosciuto per legge come parte sociale nel rapporto con Governo e Parlamento.
Non bisogna però raccontarla in modo trionfale. Già nel 2011 un’inchiesta giornalistica criticava la scarsa visibilità del Forum rispetto ai fondi che riceveva e al suo peso pubblico. Anche questa è una lezione: un organismo di rappresentanza conta nella misura in cui è trasparente, partecipato e ascoltato, non solo riconosciuto sulla carta.
6. Cosa esiste oggi, e perché non basta
Per onestà verso i lettori: un organismo nazionale di rappresentanza giovanile oggi esiste già. La legge di bilancio 2018 (legge n. 145 del 2018, art. 1, comma 470) ha istituito il Consiglio Nazionale dei Giovani, organo consultivo cui è demandata la rappresentanza dei giovani nel confronto con le istituzioni sulle politiche che li riguardano, con il Dipartimento per le politiche giovanili come interlocutore primario. È membro del Forum Europeo della Gioventù e riceve un finanziamento annuale: le convenzioni pubblicate indicano un milione di euro nel 2023 e 950.000 euro nel 2024.
Qui sta il punto. Il nostro non è un invito a “inventare” qualcosa che manca, ma a rilanciare, rafforzare e rendere davvero incisivo quello che c’è. Tre limiti ci sembrano evidenti:
7. La nostra proposta: un organismo che conti davvero
Chiediamo al Governo, al Parlamento e a tutte le forze politiche di aprire una riflessione seria su un organismo nazionale di rappresentanza giovanile, che parta dall’esistente e lo faccia crescere. Ecco i principi che, per noi, dovrebbero guidarlo.
Autonomia. L’organismo deve essere indipendente dal Governo di turno e dai partiti, con regole di governance chiare e verificabili.
Rappresentatività reale. Deve includere non solo le grandi associazioni nazionali, ma anche i forum e le consulte regionali e locali, il mondo studentesco, giovani lavoratori, giovani imprenditori e giovani delle aree interne e del Sud. Va pensato anche un canale per i giovani non organizzati, che sono la maggioranza: consultazioni periodiche aperte, anche digitali, con metodo trasparente.
Pluralismo e territorialità. Un organismo nazionale che non abbia radici nei territori sarebbe un’altra scatola vuota. Servono antenne regionali e locali, e una particolare attenzione al Mezzogiorno e alle aree interne, dove i giovani sono meno visibili e più penalizzati.
Poteri veri. Proponiamo:
Risorse stabili e trasparenza. Finanziamenti pluriennali, bilanci pubblici, rendicontazione dei risultati. La credibilità si costruisce mostrando come si spendono i soldi e cosa si ottiene.
Rinnovamento. Mandati a termine, ricambio generazionale vero, limiti di età per le cariche. Un organismo giovanile guidato per decenni dalle stesse persone tradirebbe la sua ragion d’essere.
8. Le obiezioni, e le nostre risposte
“Esiste già, perché crearne un altro?” Non chiediamo di moltiplicare gli organismi. Chiediamo di rendere efficace quello che c’è, e di valutare con coraggio se la sua forma attuale basta.
“I giovani non si riconoscono nelle istituzioni, chi vuoi rappresentare?” È il rischio più serio, e lo riconosciamo. Per questo insistiamo sull’apertura ai non organizzati, sulla trasparenza e sui poteri concreti: un organismo che non produce risultati visibili non conquista fiducia.
“Sarà l’ennesima vetrina.” Lo sarà se resterà senza poteri e senza controllo pubblico. Ecco perché pareri obbligatori, relazioni annuali e rendicontazione sono parte della proposta, non un contorno.
“Basta una buona politica del lavoro, non servono organismi.” Le due cose non si escludono. Una buona politica del lavoro è più facile da costruire se chi la subisce siede al tavolo in cui si decide.
9. Politiche giovanili non più procrastinabili
Un organismo di rappresentanza non serve a nulla se non porta a risultati. Le priorità, a nostro avviso, sono chiare:
10. Un appello
I giovani hanno fatto la differenza al referendum. Non lasciamoli indietro, e non lasciamo che quella energia si disperda nell’astensione, nel risentimento o nella rabbia. Rivolgiamo l’appello a tutti: al Governo, alle forze di maggioranza e di opposizione, agli enti locali, alle associazioni e a ogni giovane che sente di non essere ascoltato.
Costruiamo un luogo dove le politiche giovanili si discutano con i giovani, non su di loro. Dove il disagio diventi proposta, e la protesta trovi una porta da cui entrare. Lo abbiamo fatto una volta, anni fa. Siamo pronti a farlo di nuovo.
Associazione Nazionale Giovani e Liberi



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