Giovani in Basilicata: dalla fuga al ritorno, un sistema che deve muoversi come un tutt’uno
Sommario: In Basilicata il lavoro giovanile non si risolve con una singola misura. Servono percorsi di inserimento costruiti insieme da università, imprese e istituzioni. Tra gli strumenti da valutare con attenzione ci sono i dottorati di ricerca industriali, che promettono molto ma vanno misurati sui risultati.
1. Il quadro: meno NEET, ma l’esodo continua
I numeri recenti raccontano una regione in miglioramento e, insieme, in sofferenza.
Sul versante dell’inattività il segnale è positivo. Secondo i dati Istat riportati a marzo 2026, il tasso di NEET lucano si colloca intorno al 17%, dopo anni in cui aveva superato il 20%, ma resta sopra la media europea e dentro il quadro più fragile del Mezzogiorno. A livello nazionale la quota di NEET tra i 15 e i 29 anni, secondo il Rapporto annuale Istat 2026, è passata dal 22,3% del 2019 al 13,3% del 2025. La Basilicata si è quindi mossa nella direzione giusta, ma resta indietro rispetto alla media italiana.
Il problema più strutturale è un altro: chi ha studiato se ne va. Il Rapporto Svimez 2025 segnala che nel Mezzogiorno crescono gli occupati giovani, circa 100mila in più, ma negli stessi anni 175mila giovani lasciano il Sud in cerca di opportunità. Secondo un’analisi di Svimez ripresa a febbraio 2026, la Basilicata è la regione con il tasso di uscita degli studenti più alto: 74%, equamente ripartito tra Centro-Nord e altre regioni del Sud.
C’è anche un costo per la collettività: Svimez stima che in venticinque anni siano stati investiti 132 miliardi per formare laureati che poi sono partiti. Il territorio paga la formazione e un altro ne raccoglie i frutti.
2. La statistica non racconta tutto
Un’avvertenza utile arriva da una lettura più attenta dei dati. Non tutti i giovani che risultano inattivi lo sono davvero: esiste una nuova geografia del lavoro, fatta di competenze in movimento, che sfugge alle statistiche ufficiali. Smart working, progetti temporanei, comunità di innovatori come quella nata a Matera negli anni precedenti il 2019 sono forme di attività che la rilevazione tradizionale cattura male.
Questo non ridimensiona il problema, ma lo precisa: la sfida non è solo creare posti, ma rendere visibile e sostenibile in Basilicata un lavoro qualificato che oggi spesso si svolge altrove.
3. Perché le misure isolate non bastano
La Basilicata ha già sperimentato misure rivolte ai giovani. Nel 2018, ad esempio, l’avviso “Destinazione giovani” mise a disposizione 26 milioni e 375 mila euro, con contributi alle imprese che assumevano giovani laureati e diplomati. A livello nazionale oggi operano l’incentivo Neet, il Bonus Giovani e il Piano integrato Autoimpiego, quest’ultimo con 576 milioni di euro, nell’ambito del programma Fse+ Giovani, donne e lavoro.
Gli incentivi sono utili, ma da soli hanno un limite: finanziano l’assunzione, non la costruzione di un percorso. Un giovane laureato assunto con un contributo per un periodo limitato non ha, per questo, un futuro nel territorio. Serve un percorso che parta dall’orientamento, passi per la formazione e l’esperienza in impresa e porti a un lavoro stabile e qualificato.
Questo percorso non può essere costruito da un solo attore:
- l’università conosce le competenze ma non sempre i fabbisogni delle imprese;
- le imprese conoscono i fabbisogni ma spesso non hanno il tempo né la struttura per formare;
- le istituzioni dispongono delle risorse e delle regole, ma rischiano di finanziare iniziative scollegate tra loro.
4. Un terreno di dialogo già avviato
Il dialogo tra questi attori non parte da zero. Il presidente di Confindustria Basilicata, Francesco Somma, ha proposto nel dicembre 2025 un ecosistema formativo integrato che coinvolga scuole, ITS, università e imprese, fondato su competenze condivise e collaborazione istituzionale stabile. A livello regionale è stato avviato il progetto “Basilicata: Reshoring Talents”, promosso da Fondirigenti, Federmanager Basilicata e Confindustria Basilicata, che si propone di analizzare i fabbisogni di competenze, i flussi migratori dei talenti e le condizioni per rendere le imprese lucane più attrattive per i giovani.
La stessa Camera di Commercio ha riconosciuto tra i nodi la difficoltà delle piccole e medie imprese ad attrarre e trattenere competenze e il disallineamento tra domanda e offerta. Anche l’Università ha organizzato momenti di confronto, come il convegno del 2024 sui nuovi profili professionali richiesti dalla transizione ecologica, energetica e digitale.
La diagnosi è condivisa. Quello che manca, e che questo articolo propone di costruire, è la regia.
5. I dottorati industriali: cosa sono e perché interessano
Tra gli strumenti disponibili, i dottorati di ricerca industriali meritano attenzione.
Come funzionano. Sono percorsi triennali in cui l’impresa partecipa al progetto di ricerca e al finanziamento. Nel caso dei dottorati innovativi finanziati con il PNRR, la logica è che nascano da un bisogno di innovazione dell’impresa, con un progetto reale di ricerca per il quale l’Università offre le proprie competenze. Il dottorando trascorre almeno sei mesi all’estero e almeno sei mesi in impresa, e l’impresa cofinanzia almeno il 50% della borsa nell’arco del triennio.
Le risorse per la Basilicata. Per questa linea sono stati destinati alla regione 2 milioni e 130mila euro, e l’Università della Basilicata dispone di 71 dottorati industriali, secondo quanto dichiarato dall’assessore regionale alle Politiche di sviluppo. L’obiettivo dichiarato del programma nazionale è anche promuovere l’assunzione dei ricercatori da parte delle imprese.
Un precedente locale. La Regione e l’Università hanno già lavorato insieme su questo terreno. Con una convenzione del 2017 furono finanziate 16 borse di dottorato su tecnologie abilitanti Industria 4.0 per il XXXIII ciclo, e nel ciclo successivo 27 borse. Le borse erano destinate prevalentemente a giovani laureati residenti in Basilicata o a temi di interesse regionale.
Il valore del modello. Un dottorato industriale unisce tre cose che raramente stanno insieme: un progetto di ricerca applicata, un’impresa che ne ha bisogno e un giovane altamente qualificato che resta sul territorio per realizzarlo. Per questo è coerente con la proposta di un sistema che si muove come un tutt’uno.
6. Valutarli con onestà: i limiti
Un dottorato industriale non è una soluzione universale. Per valutarli davvero, conviene guardare in faccia alcune criticità.
Non raggiungono la maggioranza dei giovani. Sono percorsi per un numero ristretto di laureati. Un NEET con la licenza media o un diplomato senza sbocchi non ne trae beneficio. Presentarli come risposta al lavoro giovanile in generale sarebbe fuorviante.
Pesano sul sistema delle imprese. Il cofinanziamento del 50% può essere sostenibile per un’azienda strutturata e molto meno per una piccola impresa. Il tessuto lucano, trainato da poche grandi realtà industriali, rischia di concentrare le opportunità proprio dove la capacità di assorbimento è già maggiore.
Nessuno sa ancora cosa succede dopo. Il programma punta all’assunzione dei dottori di ricerca, ma non ho trovato dati pubblici sugli esiti occupazionali dei dottorati industriali in Basilicata: quanti restano in azienda, quanti in regione, con quale contratto. Senza questi numeri è impossibile dire se il modello funzioni. È il punto più importante da correggere.
Dipendono da fondi a termine. Una parte rilevante delle risorse viene dal PNRR, che per sua natura ha una scadenza. Se non si prevede una continuità finanziaria, il rischio è creare una generazione di dottorandi senza un sistema pronto ad accoglierli.
Rischiano di diventare una sala d’attesa. Se l’impresa non ha un progetto di crescita in cui inserire il ricercatore, il dottorato può trasformarsi in tre anni di formazione che si concludono con la partenza.
7. Una proposta: costruire la regia
Per far funzionare tutto questo, la proposta è di dotare la Basilicata di una cabina di regia stabile, con compiti precisi.
- Un tavolo permanente tra Regione, Università, ITS Academy, Confindustria e altre associazioni d’impresa, Camera di Commercio e parti sociali, con un programma annuale pubblico.
- Una mappa dei fabbisogni di competenze, aggiornata ogni anno, che parta dal lavoro già avviato con “Reshoring Talents” e dalle consultazioni con le imprese.
- Una filiera a più gradini, non solo il dottorato: orientamento, ITS, apprendistato, tirocini qualificati, lauree professionalizzanti, dottorati industriali. Ogni giovane deve trovare il gradino adatto e vedere quello successivo.
- Un sostegno mirato alle piccole imprese, che consenta anche a loro di partecipare a progetti di ricerca, ad esempio con consorzi di imprese, cofinanziamento graduato o reti di filiera.
- Un monitoraggio degli esiti: per ogni dottorato industriale finanziato, pubblicare dopo uno, tre e cinque anni dove lavora il dottore di ricerca, con che contratto e in quale azienda.
- Una politica del ritorno, che affianchi la trattenuta dei giovani che restano al richiamo di chi è partito, in coerenza con gli obiettivi di “Reshoring Talents”.
8. Conclusioni
La Basilicata ha un problema di quantità di posti di lavoro, ma soprattutto di qualità e continuità dei percorsi. I giovani non mancano di talento: se ne vanno perché il sistema non riesce a offrire loro una strada riconoscibile.
I dottorati industriali sono uno strumento promettente, perché mettono insieme ricerca, impresa e territorio. Ma restano uno strumento tra tanti, e la loro efficacia va dimostrata con i dati, non data per scontata.
Il punto di partenza è riconoscere che nessun attore, da solo, può farcela. Università, imprese e istituzioni hanno già detto di voler collaborare. Ora occorre trasformare le dichiarazioni in un metodo, con obiettivi misurabili e responsabilità chiare.




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