Giovani in Basilicata: dalla fuga al ritorno, un sistema che deve muoversi come un tutt’uno

Sommario: In Basilicata il lavoro giovanile non si risolve con una singola misura. Servono percorsi di inserimento costruiti insieme da università, imprese e istituzioni. Tra gli strumenti da valutare con attenzione ci sono i dottorati di ricerca industriali, che promettono molto ma vanno misurati sui risultati.


1. Il quadro: meno NEET, ma l’esodo continua

I numeri recenti raccontano una regione in miglioramento e, insieme, in sofferenza.

Sul versante dell’inattività il segnale è positivo. Secondo i dati Istat riportati a marzo 2026, il tasso di NEET lucano si colloca intorno al 17%, dopo anni in cui aveva superato il 20%, ma resta sopra la media europea e dentro il quadro più fragile del Mezzogiorno. A livello nazionale la quota di NEET tra i 15 e i 29 anni, secondo il Rapporto annuale Istat 2026, è passata dal 22,3% del 2019 al 13,3% del 2025. La Basilicata si è quindi mossa nella direzione giusta, ma resta indietro rispetto alla media italiana.

Il problema più strutturale è un altro: chi ha studiato se ne va. Il Rapporto Svimez 2025 segnala che nel Mezzogiorno crescono gli occupati giovani, circa 100mila in più, ma negli stessi anni 175mila giovani lasciano il Sud in cerca di opportunità. Secondo un’analisi di Svimez ripresa a febbraio 2026, la Basilicata è la regione con il tasso di uscita degli studenti più alto: 74%, equamente ripartito tra Centro-Nord e altre regioni del Sud.

C’è anche un costo per la collettività: Svimez stima che in venticinque anni siano stati investiti 132 miliardi per formare laureati che poi sono partiti. Il territorio paga la formazione e un altro ne raccoglie i frutti.

2. La statistica non racconta tutto

Un’avvertenza utile arriva da una lettura più attenta dei dati. Non tutti i giovani che risultano inattivi lo sono davvero: esiste una nuova geografia del lavoro, fatta di competenze in movimento, che sfugge alle statistiche ufficiali. Smart working, progetti temporanei, comunità di innovatori come quella nata a Matera negli anni precedenti il 2019 sono forme di attività che la rilevazione tradizionale cattura male.

Questo non ridimensiona il problema, ma lo precisa: la sfida non è solo creare posti, ma rendere visibile e sostenibile in Basilicata un lavoro qualificato che oggi spesso si svolge altrove.

3. Perché le misure isolate non bastano

La Basilicata ha già sperimentato misure rivolte ai giovani. Nel 2018, ad esempio, l’avviso “Destinazione giovani” mise a disposizione 26 milioni e 375 mila euro, con contributi alle imprese che assumevano giovani laureati e diplomati. A livello nazionale oggi operano l’incentivo Neet, il Bonus Giovani e il Piano integrato Autoimpiego, quest’ultimo con 576 milioni di euro, nell’ambito del programma Fse+ Giovani, donne e lavoro.

Gli incentivi sono utili, ma da soli hanno un limite: finanziano l’assunzione, non la costruzione di un percorso. Un giovane laureato assunto con un contributo per un periodo limitato non ha, per questo, un futuro nel territorio. Serve un percorso che parta dall’orientamento, passi per la formazione e l’esperienza in impresa e porti a un lavoro stabile e qualificato.

Questo percorso non può essere costruito da un solo attore:

  • l’università conosce le competenze ma non sempre i fabbisogni delle imprese;
  • le imprese conoscono i fabbisogni ma spesso non hanno il tempo né la struttura per formare;
  • le istituzioni dispongono delle risorse e delle regole, ma rischiano di finanziare iniziative scollegate tra loro.

4. Un terreno di dialogo già avviato

Il dialogo tra questi attori non parte da zero. Il presidente di Confindustria Basilicata, Francesco Somma, ha proposto nel dicembre 2025 un ecosistema formativo integrato che coinvolga scuole, ITS, università e imprese, fondato su competenze condivise e collaborazione istituzionale stabile. A livello regionale è stato avviato il progetto “Basilicata: Reshoring Talents”, promosso da Fondirigenti, Federmanager Basilicata e Confindustria Basilicata, che si propone di analizzare i fabbisogni di competenze, i flussi migratori dei talenti e le condizioni per rendere le imprese lucane più attrattive per i giovani.

La stessa Camera di Commercio ha riconosciuto tra i nodi la difficoltà delle piccole e medie imprese ad attrarre e trattenere competenze e il disallineamento tra domanda e offerta. Anche l’Università ha organizzato momenti di confronto, come il convegno del 2024 sui nuovi profili professionali richiesti dalla transizione ecologica, energetica e digitale.

La diagnosi è condivisa. Quello che manca, e che questo articolo propone di costruire, è la regia.

5. I dottorati industriali: cosa sono e perché interessano

Tra gli strumenti disponibili, i dottorati di ricerca industriali meritano attenzione.

Come funzionano. Sono percorsi triennali in cui l’impresa partecipa al progetto di ricerca e al finanziamento. Nel caso dei dottorati innovativi finanziati con il PNRR, la logica è che nascano da un bisogno di innovazione dell’impresa, con un progetto reale di ricerca per il quale l’Università offre le proprie competenze. Il dottorando trascorre almeno sei mesi all’estero e almeno sei mesi in impresa, e l’impresa cofinanzia almeno il 50% della borsa nell’arco del triennio.

Le risorse per la Basilicata. Per questa linea sono stati destinati alla regione 2 milioni e 130mila euro, e l’Università della Basilicata dispone di 71 dottorati industriali, secondo quanto dichiarato dall’assessore regionale alle Politiche di sviluppo. L’obiettivo dichiarato del programma nazionale è anche promuovere l’assunzione dei ricercatori da parte delle imprese.

Un precedente locale. La Regione e l’Università hanno già lavorato insieme su questo terreno. Con una convenzione del 2017 furono finanziate 16 borse di dottorato su tecnologie abilitanti Industria 4.0 per il XXXIII ciclo, e nel ciclo successivo 27 borse. Le borse erano destinate prevalentemente a giovani laureati residenti in Basilicata o a temi di interesse regionale.

Il valore del modello. Un dottorato industriale unisce tre cose che raramente stanno insieme: un progetto di ricerca applicata, un’impresa che ne ha bisogno e un giovane altamente qualificato che resta sul territorio per realizzarlo. Per questo è coerente con la proposta di un sistema che si muove come un tutt’uno.

6. Valutarli con onestà: i limiti

Un dottorato industriale non è una soluzione universale. Per valutarli davvero, conviene guardare in faccia alcune criticità.

Non raggiungono la maggioranza dei giovani. Sono percorsi per un numero ristretto di laureati. Un NEET con la licenza media o un diplomato senza sbocchi non ne trae beneficio. Presentarli come risposta al lavoro giovanile in generale sarebbe fuorviante.

Pesano sul sistema delle imprese. Il cofinanziamento del 50% può essere sostenibile per un’azienda strutturata e molto meno per una piccola impresa. Il tessuto lucano, trainato da poche grandi realtà industriali, rischia di concentrare le opportunità proprio dove la capacità di assorbimento è già maggiore.

Nessuno sa ancora cosa succede dopo. Il programma punta all’assunzione dei dottori di ricerca, ma non ho trovato dati pubblici sugli esiti occupazionali dei dottorati industriali in Basilicata: quanti restano in azienda, quanti in regione, con quale contratto. Senza questi numeri è impossibile dire se il modello funzioni. È il punto più importante da correggere.

Dipendono da fondi a termine. Una parte rilevante delle risorse viene dal PNRR, che per sua natura ha una scadenza. Se non si prevede una continuità finanziaria, il rischio è creare una generazione di dottorandi senza un sistema pronto ad accoglierli.

Rischiano di diventare una sala d’attesa. Se l’impresa non ha un progetto di crescita in cui inserire il ricercatore, il dottorato può trasformarsi in tre anni di formazione che si concludono con la partenza.

7. Una proposta: costruire la regia

Per far funzionare tutto questo, la proposta è di dotare la Basilicata di una cabina di regia stabile, con compiti precisi.

  1. Un tavolo permanente tra Regione, Università, ITS Academy, Confindustria e altre associazioni d’impresa, Camera di Commercio e parti sociali, con un programma annuale pubblico.
  2. Una mappa dei fabbisogni di competenze, aggiornata ogni anno, che parta dal lavoro già avviato con “Reshoring Talents” e dalle consultazioni con le imprese.
  3. Una filiera a più gradini, non solo il dottorato: orientamento, ITS, apprendistato, tirocini qualificati, lauree professionalizzanti, dottorati industriali. Ogni giovane deve trovare il gradino adatto e vedere quello successivo.
  4. Un sostegno mirato alle piccole imprese, che consenta anche a loro di partecipare a progetti di ricerca, ad esempio con consorzi di imprese, cofinanziamento graduato o reti di filiera.
  5. Un monitoraggio degli esiti: per ogni dottorato industriale finanziato, pubblicare dopo uno, tre e cinque anni dove lavora il dottore di ricerca, con che contratto e in quale azienda.
  6. Una politica del ritorno, che affianchi la trattenuta dei giovani che restano al richiamo di chi è partito, in coerenza con gli obiettivi di “Reshoring Talents”.

8. Conclusioni

La Basilicata ha un problema di quantità di posti di lavoro, ma soprattutto di qualità e continuità dei percorsi. I giovani non mancano di talento: se ne vanno perché il sistema non riesce a offrire loro una strada riconoscibile.

I dottorati industriali sono uno strumento promettente, perché mettono insieme ricerca, impresa e territorio. Ma restano uno strumento tra tanti, e la loro efficacia va dimostrata con i dati, non data per scontata.

Il punto di partenza è riconoscere che nessun attore, da solo, può farcela. Università, imprese e istituzioni hanno già detto di voler collaborare. Ora occorre trasformare le dichiarazioni in un metodo, con obiettivi misurabili e responsabilità chiare.

Basilicata, terra di petrolio e paradossi: il bilancio di dieci anni e le prospettive di una regione in bilico

Poche regioni italiane raccontano, come la Basilicata, la distanza tra ricchezza estratta dal sottosuolo e sviluppo mancato in superficie. Negli ultimi dieci anni la Basilicata ha attraversato uno scandalo giudiziario che ha travolto la sua classe dirigente, un cambio di colore politico dopo un quarto di secolo di governo unico, un’economia trainata da petrolio e aerospazio ma frenata da uno spopolamento record in Italia. Questo articolo prova a fare un bilancio onesto — fatti, numeri, opinioni a confronto — di un decennio complicato per la Basilicata, e a indicare le prospettive economiche più concrete per chi ci vive, ci lavora o vuole investirci.

La Basilicata oggi: una fotografia essenziale

Con poco più di 550.000 abitanti, la Basilicata è tra le regioni più piccole e meno popolate d’Italia, ma paradossalmente ospita nel proprio sottosuolo il più grande giacimento petrolifero su terraferma dell’Europa continentale (Val d’Agri) e un secondo importante polo estrattivo (Tempa Rossa, nel comune di Corleto Perticara). È anche la regione di Matera, Capitale europea della Cultura nel 2019 e oggi Capitale mediterranea del Dialogo e della Cultura 2026, e ospita uno dei centri aerospaziali più rilevanti del Mediterraneo, il Centro di Geodesia Spaziale dell’ASI a Matera. Su questo territorio piccolo e per certi versi privilegiato in termini di risorse si è consumato, negli ultimi dieci anni, un decennio di luci e ombre che merita di essere raccontato senza sconti a nessuna delle due narrazioni prevalenti — quella trionfalistica delle istituzioni e quella catastrofista di certa opposizione e stampa critica.

Il bilancio economico della Basilicata negli ultimi dieci anni

La crescita del PIL lucano: numeri modesti e ultimi posti in Italia

Tra il 2019 e il 2022 l’economia della Basilicata ha vissuto una fase relativamente positiva, con il PIL regionale cresciuto del 2,9% (a prezzi costanti), un dato che colloca la regione al secondo posto tra quelle meridionali dopo la Puglia, e con un PIL pro capite stabilmente tra i primi posti del Mezzogiorno. Dal 2023 in poi, però, la crescita ha rallentato in modo netto: nel 2025 il PIL della Basilicata è aumentato solo dello 0,6%, trainato da servizi ed espansione (contenuta) delle costruzioni, mentre il valore aggiunto industriale si è contratto. Le previsioni Confcommercio per il 2026 confermano la stessa fotografia: +0,6% contro lo 0,9% nazionale, con i consumi delle famiglie lucane in crescita di appena lo 0,4% (contro l’1,2% italiano). Solo la Calabria condivide con la Basilicata un andamento così debole. Anche guardando alla spesa delle famiglie in prospettiva storica, l’indice lucano resta fermo a 97,1 rispetto ai livelli pre-crisi del 2007 (indice 104), segno di una domanda interna che non si è mai davvero ripresa.

Lavoro e occupazione in Basilicata: un miglioramento reale, ma parziale

Non tutti i dati economici della Basilicata sono negativi. Il tasso di occupazione regionale è salito dal 52,5% del 2021 al 56% del 2024, con industria e costruzioni tra i settori trainanti, e il tasso di disoccupazione è sceso al 7,8% nel periodo 2019-2023, avvicinandosi alla media nazionale. Restano tuttavia due criticità strutturali segnalate da sindacati e organismi tecnici: salari medi più bassi della media italiana e un potere d’acquisto che, replicando la dinamica nazionale (-8,6% delle retribuzioni reali rispetto al 2019), pesa proporzionalmente di più in un contesto già fragile come quello lucano.

Lo spopolamento: l’emergenza più grave della Basilicata

Il dato più allarmante nel bilancio decennale della Basilicata riguarda la demografia. Tra il 2014 e il 2024 la regione ha perso oltre 44.755 residenti, pari a un calo del 7,74%, il tasso di declino demografico più alto d’Italia (-9,0 per mille nell’ultimo anno rilevato), accompagnato dal peggior saldo migratorio interno del Paese (-5,5 per mille): più di cinque lucani su mille ogni anno si trasferiscono in altre regioni. Secondo le proiezioni Svimez, la Basilicata rischia di perdere un ulteriore 22,5% della popolazione entro il 2050, il calo più severo previsto per qualunque regione italiana. Il dato più paradossale, sottolineato dalla stessa Svimez, è che questo spopolamento avviene nonostante PIL e occupazione in crescita: oltre 4.000 laureati lucani hanno lasciato la regione negli ultimi cinque anni, il rapporto più alto del Mezzogiorno rispetto alla popolazione residente. È la prova che, in Basilicata, crescita economica e tenuta demografica hanno smesso di andare di pari passo.

Il bilancio politico della Basilicata negli ultimi dieci anni

L’era Bardi: continuità di potere, discontinuità di colore

Alle regionali del 2019 il centrodestra, con il generale in pensione della Guardia di Finanza Vito Bardi, interrompe per la prima volta in 24 anni il governo del centrosinistra in Basilicata. Bardi viene poi rieletto nel 2024 per un secondo mandato. Il suo programma si è concentrato su infrastrutture, trasparenza amministrativa — anche in risposta ai rilievi della Corte dei Conti sui bilanci non parificati dell’era Pittella — e sulla rinegoziazione delle royalties petrolifere come leva di sviluppo. Cinque anni dopo la fine della vicenda Pittella, la sanità lucana resta però uno dei terreni più critici anche sotto la nuova gestione: liste d’attesa, difficoltà di attrazione di personale medico e infermieristico e tensioni sulla programmazione ospedaliera continuano a essere al centro del dibattito politico regionale, a dimostrazione che il cambio di maggioranza non ha risolto da solo un problema strutturale.

Un bilancio regionale ancora dipendente dalle royalties

Uno dei limiti più segnalati dagli osservatori indipendenti nel bilancio politico della Basilicata riguarda la dipendenza cronica dei conti regionali dal gettito petrolifero. Come ha osservato nel 2024 l’ex assessore regionale Cifarelli, il bilancio della Basilicata resta “eccessivamente legato al gettito delle royalty”, una condizione che limita la capacità di programmazione a lungo termine e lascia scoperti settori come cultura, welfare comunale e terzo settore quando il prezzo del greggio o la produzione estrattiva calano.

Petrolio in Basilicata: la maledizione delle risorse?

Royalties: quanto valgono e come vengono spese

Dal 2008 al 2024 la Basilicata ha ricevuto complessivamente oltre 1,89 miliardi di euro di royalties dall’estrazione petrolifera, secondo i dati UNMIG, con un accordo integrativo Eni-Regione del 2021 che ha portato il totale a oltre 200 milioni l’anno tra royalty di legge e compensazioni aggiuntive (fino a 700 milioni in dieci anni). Il punto più controverso, denunciato da attivisti ambientali e da parte della stampa investigativa, è l’uso di questi fondi: oltre l’80% delle royalties storiche è stato destinato a spesa corrente — sanità, università, trasporto pubblico, bonus — mentre gli investimenti strutturali per lo sviluppo del territorio sono rimasti vicini allo zero. È un tema che attraversa trasversalmente le giunte di entrambi gli schieramenti politici che si sono succedute in Basilicata negli ultimi vent’anni, e non solo l’ultimo decennio.

Ambiente e salute in Val d’Agri e Gorgoglione

Sul fronte ambientale, associazioni come Legambiente Basilicata e Cova Contro denunciano da anni un peggioramento delle condizioni socio-economiche, ambientali e sanitarie nelle aree di estrazione dopo oltre vent’anni di attività, con episodi documentati di sversamenti e contaminazioni nei pressi dei centri olio. Il governo regionale, dal canto suo, rivendica investimenti in monitoraggio ambientale e ha rinnovato nel 2024 la concessione Gorgoglione (Tempa Rossa) per altri cinque anni, sostenendo la compatibilità tra estrazione e tutela del territorio. È uno dei terreni su cui il confronto tra le due letture della Basilicata — motore energetico nazionale da un lato, territorio sacrificato dall’altro — resta più acceso e meno conciliabile.

Opinioni a confronto sulla Basilicata: crescita o declino?

Chi vede una regione in ripresa

Istituzioni regionali e nazionali, in occasioni come il tour Ansa “Italia Innovativa” del maggio 2026, indicano nella Basilicata un potenziale ancora da esprimere pienamente: aerospazio, sanità pubblica di qualità in alcuni presidi, Matera come modello di rigenerazione culturale, turismo in crescita. A supporto di questa lettura ci sono dati oggettivi: l’occupazione è salita, i flussi turistici verso Matera nel 2026 hanno superato gli 890.000 visitatori unici nei primi sette mesi dell’anno, e il finanziamento PNRR per la Basilicata supera 1,8 miliardi di euro, con fondi dedicati anche al recupero dei Sassi e alla mobilità regionale.

Chi denuncia un’occasione mancata

Sul versante opposto, sindacati (Cgil, Cisl, Confsal Basilicata), Svimez e parte della stampa indipendente lucana descrivono un’”occasione mancata”: una regione che, pur avendo ricevuto quasi due miliardi di euro di royalties petrolifere in quindici anni e miliardi di fondi europei, non è riuscita a invertire lo spopolamento né a trattenere i propri laureati. In questa lettura, la Basilicata rischia di diventare un caso da manuale di “maledizione delle risorse” in miniatura: ricchezza estratta dal sottosuolo che non si traduce in sviluppo diffuso, mentre il capitale umano più qualificato continua a emigrare.

Una valutazione d’insieme sul decennio della Basilicata

Guardando ai dati nel loro complesso, il bilancio della Basilicata negli ultimi dieci anni appare più sfaccettato di entrambe le narrazioni contrapposte. Sul piano della governance, il passaggio dalla crisi giudiziaria del 2018 alla stabilità dell’era Bardi ha portato a una gestione dei conti pubblici più ordinata, ma non ha risolto i nodi strutturali ereditati da decenni di governo unico: dipendenza dalle royalties, sanità in affanno, aree interne scoperte. Sul piano economico, i numeri di crescita e occupazione sono migliori di quanto la narrazione più pessimista suggerisca, ma restano sistematicamente sotto la media nazionale e meridionale, e soprattutto non bastano a trattenere popolazione e capitale umano. È forse questo lo scarto più significativo da tenere a mente per chi valuta la Basilicata oggi: la regione cresce, ma cresce troppo poco e troppo lentamente per contrastare un declino demografico che, se non affrontato con decisione nei prossimi anni, rischia di rendere irrilevanti anche i miglioramenti macroeconomici registrati finora.

Prospettive economiche della Basilicata: dove può crescere la regione

Turismo e “effetto Matera”: un modello da estendere

Il settore su cui la Basilicata mostra i segnali più incoraggianti è il turismo. Matera, dopo il 2019 da Capitale europea della Cultura, mantiene un flusso di visitatori solido e nel 2026, da Capitale mediterranea del Dialogo e della Cultura, punta a consolidarsi come destinazione di livello europeo. Operatori del settore, come il Consorzio Turistico di Maratea, indicano nel turismo esperienziale e sostenibile — mare, borghi, parchi, enogastronomia — la leva più concreta di sviluppo diffuso per la Basilicata, a condizione di costruire una strategia regionale unitaria che oggi manca ancora, secondo gli stessi operatori.

Aerospazio e transizione energetica: le nuove filiere

Accanto al turismo, l’aerospazio rappresenta una delle eccellenze meno raccontate della Basilicata: il Centro di Geodesia Spaziale di Matera è un asset strategico nazionale su cui la regione può costruire una filiera di ricerca e osservazione della Terra ad alto valore aggiunto. Parallelamente, la fase di transizione energetica pone alla Basilicata una sfida e un’opportunità: il petrolio lucano, con l’ingresso di Total e il graduale calo dell’estrazione (-11% segnalato nel 2026), è una risorsa in esaurimento nel medio periodo, il che rende urgente una strategia “no oil” di riconversione delle competenze e delle royalties residue verso investimenti strutturali piuttosto che spesa corrente.

Aree interne e giovani: la sfida demografica

Nessuna prospettiva economica della Basilicata può prescindere dal contrasto allo spopolamento. I 195 milioni di euro PNRR destinati a scuole, asili nido e welfare territoriale, richiamati da Cgil Basilicata, sono una leva concreta ma richiedono progettualità locale per non essere persi. La sfida più difficile resta trattenere i laureati lucani, offrendo condizioni di lavoro e salari competitivi rispetto ad altre regioni italiane ed europee: senza questo, ogni altro investimento infrastrutturale rischia di avere un impatto limitato nel tempo.

Consigli pratici per chi vive, lavora o investe in Basilicata

Per cittadini e famiglie

  • Monitorare i bandi PNRR dedicati a servizi per l’infanzia e welfare territoriale, spesso poco pubblicizzati nei piccoli comuni delle aree interne della Basilicata.
  • Tenere d’occhio i piani di riorganizzazione della sanità regionale, in particolare su liste d’attesa e mobilità sanitaria verso altre regioni, per pianificare per tempo le proprie esigenze di cura.

Per giovani e lavoratori

  • Valutare i settori in espansione nella regione — aerospazio, turismo, ricerca e osservazione della Terra — dove la Basilicata offre competenze specialistiche difficili da trovare altrove nel Mezzogiorno.
  • Informarsi su incentivi regionali e nazionali per il rientro dei cervelli e per l’avvio di impresa giovanile, spesso più generosi in una regione a bassa densità demografica come la Basilicata.

Per chi vuole investire o fare impresa

  • Approfondire gli incentivi ZES unica per il Mezzogiorno e i fondi Sviluppo Basilicata legati alla filiera energetica e alle compensazioni Total-Eni, particolarmente rilevanti per le PMI locali.
  • Considerare il turismo esperienziale e la filiera enogastronomica come settori a minor barriera d’ingresso e domanda in crescita, soprattutto nell’entroterra e sulla costa di Maratea.
  • Valutare con attenzione la dipendenza dei bandi regionali dal ciclo delle royalties petrolifere, un fattore di rischio da considerare nella pianificazione di investimenti pluriennali legati a fondi pubblici lucani.

Domande frequenti sulla Basilicata

Perché la Basilicata si sta spopolando così rapidamente?

La Basilicata registra il tasso di declino demografico più alto d’Italia (-9,0 per mille) a causa della combinazione tra bassa natalità, invecchiamento della popolazione e un saldo migratorio interno fortemente negativo, con laureati e giovani che si trasferiscono verso altre regioni in cerca di salari e opportunità migliori.

Quanto guadagna la Basilicata dalle royalties petrolifere?

Tra il 2008 e il 2024 la Basilicata ha ricevuto oltre 1,89 miliardi di euro di royalties dall’estrazione petrolifera in Val d’Agri e a Tempa Rossa, con un gettito annuo che negli ultimi anni si è attestato tra i 120 e i 200 milioni di euro, a seconda degli accordi integrativi con le compagnie estrattive.

La Basilicata è una regione in crescita o in declino economico?

I dati sono contrastanti: il PIL e l’occupazione della Basilicata sono cresciuti negli ultimi anni, ma a ritmi tra i più bassi d’Italia (+0,6% nel 2026, contro lo 0,9% nazionale), e la crescita economica non è riuscita finora a fermare lo spopolamento né la fuga dei laureati.

Chi governa oggi la Basilicata e da quando?

Dal 2019 la Basilicata è governata dal centrodestra con il presidente Vito Bardi, rieletto per un secondo mandato nel 2024, dopo 24 anni ininterrotti di governo del centrosinistra conclusi con lo scandalo giudiziario sulla sanità lucana del 2018.

Conclusione

Il bilancio degli ultimi dieci anni della Basilicata è quello di una regione che ha attraversato una crisi politica profonda, ha cambiato guida, ha visto crescere occupazione e PIL a ritmi comunque insufficienti, e continua a perdere popolazione più velocemente di qualunque altra regione italiana. Le prospettive economiche della Basilicata — turismo, aerospazio, transizione energetica, valorizzazione delle aree interne — esistono e sono concrete, ma richiedono una capacità di programmazione di lungo periodo che finora è mancata, complice anche una dipendenza strutturale dei conti pubblici regionali dal gettito petrolifero. Il prossimo decennio dirà se la Basilicata saprà trasformare le proprie risorse, materiali e immateriali, in sviluppo diffuso e stabile, o se continuerà a essere, come l’ha definita parte della stampa investigativa, una regione “ricca di petrolio, povera di futuro”.


Fonti principali: Istat, Svimez, Documento di Economia e Finanza Regionale della Basilicata 2025-2027, Cgil/Cisl/Confsal Basilicata, Confcommercio, UNMIG, Ansa, Il Sole 24 Ore, Il Fatto Quotidiano, Altreconomia, Quotidiano del Sud, Basilicata24 (dati aggiornati a settembre 2026).

Il Sud che cresce e si svuota: il paradosso del lavoro giovanile nel Mezzogiorno nel 2026

Nell’autunno del 2026 l’Italia si trova davanti a un paradosso che racconta meglio di ogni altro indicatore lo stato di salute del Paese: il lavoro giovanile nel Mezzogiorno cresce, gli occupati under 35 aumentano, eppure i giovani continuano a lasciare il Sud a ritmi che gli economisti definiscono strutturali, non più congiunturali. Allo stesso tempo, l’inflazione tornata sopra il 3% erode il potere d’acquisto di famiglie che, nel Mezzogiorno, partono già da redditi più bassi. Il risultato è un Sud che, sulla carta, mostra segnali di ripresa ma che si svuota delle sue energie più giovani e qualificate. In questo articolo proviamo a leggere i dati più recenti — Istat, Svimez, AlmaLaurea — per capire cosa sta realmente accadendo, senza cedere né all’ottimismo di maniera né al racconto rassegnato del declino.

I numeri del 2026: crescita economica e inflazione che erode i redditi

Il Pil cresce, ma l’inflazione morde

Il quadro macroeconomico nazionale mostra segnali positivi ma fragili. Nel secondo trimestre del 2026 l’Istat ha confermato un aumento del Pil dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti e dell’1% su base annua, con una crescita anche dell’occupazione. Per il Mezzogiorno, le previsioni diffuse da Svimez a metà anno erano addirittura più favorevoli di quelle del Centro-Nord nel breve periodo: secondo le stime, il Pil del Sud sarebbe cresciuto dello 0,8% nel 2026, superando il +0,7% previsto per il Centro-Nord, grazie soprattutto al picco degli investimenti del PNRR. Ma si tratta di un traino temporaneo: dal 2027 la tendenza si sarebbe invertita, con il Sud in rallentamento allo 0,4% e il Centro-Nord in accelerazione allo 0,5%, complice il progressivo esaurirsi delle misure straordinarie legate al PNRR.

Su questo quadro di crescita ancora acerba si è però abbattuta una nuova accelerazione dei prezzi che rischia di vanificare, nella percezione delle famiglie, i progressi sul fronte occupazionale.

Il caro energia e il potere d’acquisto delle famiglie

Ad agosto 2026 l’inflazione italiana ha accelerato in modo netto. Secondo le stime preliminari Istat, l’indice nazionale dei prezzi al consumo è salito dello 0,5% su base mensile e del 3,3% su base annua, contro il 2,9% di luglio, un livello che rappresenta il massimo dall’inizio dell’anno. A trainare la corsa dei prezzi è quasi esclusivamente la componente energetica: i beni energetici sono passati da un incremento tendenziale dell’11,6% a uno del 17%, a causa delle persistenti tensioni internazionali. Nel dettaglio, i prezzi energetici regolamentati sono saliti dal 14,8% al 18,8%, mentre quelli non regolamentati sono passati dall’11,4% al 16,9%.

L’effetto pratico sui bilanci familiari è tutt’altro che astratto. Le famiglie italiane rischiano rincari fino a 1.184 euro annui a causa dell’aumento dei prezzi energetici, mentre sul fronte della mobilità un pieno di benzina costa oggi fino a 25 euro in più rispetto al 2025, e tra settembre e dicembre le bollette di luce e gas potrebbero pesare fino a 270 euro in più. Per chi si muove lungo la dorsale Nord-Sud, l’aggravio è ancora più tangibile: un viaggio Milano-Lecce andata e ritorno con un’auto a benzina costava ad agosto 2026 circa 265 euro, contro i 225 del 2025, mentre con un’auto diesel si è passati da 179 a 234 euro, un aumento di circa il 31%.

Va detto, per onestà di analisi, che non tutte le voci di spesa corrono allo stesso ritmo: l’inflazione di fondo, calcolata al netto di energia e alimentari freschi, è in leggero rallentamento, dall’1,6% all’1,5%, segno che lo shock è concentrato e non (ancora) generalizzato a tutta l’economia reale.

Il paradosso occupazionale del Mezzogiorno

Occupazione giovanile in aumento, ma il divario resta enorme

Se si guarda ai soli dati sull’occupazione, l’ultimo Rapporto Svimez restituisce un’immagine meno negativa di quanto la narrazione mediatica sul Sud lasci intendere. Tra il 2021 e il 2024 il Mezzogiorno ha registrato un incremento dell’occupazione dell’8%, contribuendo per quasi 500mila unità al milione e quattrocentomila nuovi occupati creati in Italia, un risultato favorito dagli incentivi edilizi, dall’avvio dei cantieri del PNRR e dall’aumento del personale nella pubblica amministrazione. Il segnale più incoraggiante riguarda proprio i più giovani: nel triennio gli occupati under 35 sono cresciuti di 461mila unità a livello nazionale, di cui 100mila nel Mezzogiorno.

Eppure il divario territoriale resta di dimensioni tali da ridimensionare l’entusiasmo. Nonostante l’aumento del tasso di occupazione giovanile di 6,4 punti, il divario con il Centro-Nord rimane ampio: 51,3% contro 77,7%. È una differenza di oltre 26 punti percentuali che racconta, meglio di qualunque proclama, quanto lavoro strutturale resti da fare perché la crescita degli occupati si traduca in una reale convergenza tra le due Italie.

Salari più bassi, anche a parità di laurea

Il problema del Mezzogiorno, va detto con chiarezza, non è solo trovare un lavoro: è trovarne uno pagato adeguatamente. I dati AlmaLaurea citati da Svimez mostrano un differenziale retributivo persistente anche fra laureati con lo stesso titolo di studio: una laureata del Mezzogiorno percepisce mediamente 1.487 euro netti mensili, contro i 1.862 euro di un laureato del Nord-Ovest, con un divario di circa 375 euro. È un gap che si somma, e non si sostituisce, al divario di genere nei salari — un doppio svantaggio per le giovani donne del Sud.

La fuga dei giovani: perché restare al Sud è diventato più difficile

Il premio salariale di chi va all’estero

Se il differenziale Nord-Sud è marcato, quello con l’estero è ancora più netto e aiuta a spiegare perché una parte crescente dei laureati meridionali guardi oltre confine più che al Centro-Nord. A tre anni dalla laurea, i laureati italiani che lavorano all’estero guadagnano tra 613 e 650 euro netti in più al mese rispetto a chi resta in Italia. Non sorprende, allora, che il fenomeno migratorio giovanile abbia assunto dimensioni consistenti: tra il 2002 e il 2024 quasi 350mila laureati under 35 si sono trasferiti dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord, mentre solo nel biennio 2022-2024 sono stati 175mila i giovani tra i 25 e i 34 anni ad aver lasciato il Sud, in gran parte laureati — il 50% degli uomini e addirittura il 70% delle donne.

La “trappola dei talenti” e la migrazione anticipata

Uno degli elementi più interessanti emersi dagli ultimi approfondimenti Svimez riguarda il momento in cui si decide di partire. Non è più, per molti, una scelta successiva alla laurea: per una quota crescente di giovani meridionali la scelta migratoria non si colloca più solo al termine del percorso di studi, ma viene anticipata già al momento dell’iscrizione all’università, incorporando l’aspettativa — spesso realistica — che l’ingresso nel mercato del lavoro avverrà comunque fuori dal Mezzogiorno. È quella che gli analisti definiscono “trappola dei talenti”: un circolo in cui la debolezza delle prospettive salariali e occupazionali locali spinge i più preparati a partire prima ancora di aver dato una possibilità al proprio territorio, indebolendolo ulteriormente. Non stupisce che tra le proposte discusse a livello europeo figuri anche un incentivo di “Graduate Staying Premium”, basato sulla detassazione parziale dei redditi da lavoro dei giovani laureati neoassunti nei primi cinque anni nelle regioni colpite da questo fenomeno.

La doppia emigrazione: quando partono anche i nonni

Il quadro demografico si è arricchito, negli ultimi report, di un dato meno raccontato ma altrettanto significativo: non emigrano solo i giovani. Tra il 2002 e il 2024 gli anziani formalmente residenti al Sud ma che vivono stabilmente al Centro-Nord sono quasi raddoppiati, passando da 96mila a oltre 184mila, i cosiddetti “nonni con la valigia”. Questa emigrazione sommersa riflette due dinamiche intrecciate: da un lato il ricongiungimento familiare con figli e nipoti già trasferiti al Centro-Nord, anche a supporto dei carichi di cura; dall’altro la crescente difficoltà di ricevere servizi sanitari e assistenziali adeguati nel Mezzogiorno. È un fenomeno che chiude il cerchio: il Sud perde i figli per motivi di lavoro e, di conseguenza, perde anche i genitori che li seguono, indebolendo ulteriormente il tessuto sociale e la base fiscale dei territori di partenza.

Cosa dicono davvero i dati — e cosa non dicono ancora

Un’analisi onesta richiede di segnalare anche i limiti di questi numeri. I dati sulla “doppia emigrazione” degli anziani, ad esempio, non derivano da censimenti diretti ma da stime basate sull’analisi delle compensazioni della mobilità farmaceutica convenzionata e sulla spesa pro-capite per farmaci della popolazione anziana: un metodo indiretto, ragionevole ma non equivalente a un dato anagrafico certo. Allo stesso modo, le previsioni Svimez su Pil e inflazione per il 2026-2028 restano stime soggette a revisione, condizionate da un contesto internazionale ancora incerto e dalla debolezza di consumi ed export. Infine, la stessa lettura dell’inflazione richiede cautela: secondo alcune associazioni di categoria, il rischio è che l’indice generale possa avvicinarsi al 4% entro fine anno, ma si tratta di una proiezione, non di un dato acquisito — utile per orientare le politiche, non per fare previsioni certe.

Ciò che i dati raccontano con sufficiente solidità è invece la direzione del fenomeno: crescita occupazionale reale ma insufficiente, divario retributivo persistente, un’inflazione trainata dall’energia che colpisce in modo proporzionalmente più duro chi ha redditi più bassi — condizione più diffusa, in media, nel Mezzogiorno.

Quali politiche per invertire la rotta?

Le proposte che circolano tra economisti e parti sociali convergono su alcuni punti. Sul fronte sindacale, si insiste sulla necessità di consolidare la crescita registrata negli ultimi anni: il segretario confederale Uil Santo Biondo ha sottolineato come il Rapporto Svimez confermi che il Sud continua a rappresentare una delle principali leve di crescita del Paese, pur permanendo criticità che richiedono investimenti mirati su occupazione giovanile e riduzione dei divari territoriali. Sul fronte più strettamente economico, alcune amministrazioni regionali hanno sperimentato strumenti di sostegno al lavoro da remoto per trattenere le competenze sul territorio: in Sicilia, ad esempio, è stata approvata una norma sul cosiddetto Southworking, che prevede agevolazioni per le imprese che consentono ai lavoratori di operare dalla regione, con l’obiettivo di abbattere i costi di chi sceglie di non partire e di attrarre chi vuole tornare.

Restano, sullo sfondo, le due leve che la letteratura economica indica come decisive e che i dati di questo autunno rendono ancora più urgenti: colmare il divario salariale strutturale tra Nord e Sud, e proteggere il potere d’acquisto delle famiglie a basso reddito dagli shock energetici che, in un territorio con redditi mediamente più bassi, si traducono in una compressione dei consumi proporzionalmente più dolorosa.

Conclusioni

Il 2026 restituisce l’immagine di un Mezzogiorno in movimento, ma non ancora in equilibrio. La crescita dell’occupazione giovanile è un dato reale e non va sottovalutato; allo stesso modo, però, non va nascosto che il divario con il Centro-Nord resta enorme e che l’inflazione legata al caro energia rischia di erodere, nella vita quotidiana delle famiglie, i benefici di quella stessa crescita. La domanda che i prossimi rapporti Istat e Svimez dovranno aiutare a sciogliere è se il 2026 rappresenti l’inizio di una convergenza reale tra le due Italie, o solo un picco temporaneo sostenuto da misure straordinarie destinate, come le stime già indicano, a esaurirsi a partire dal 2027.


Fonti: Istat (stime preliminari sui prezzi al consumo, agosto 2026), Rapporto Svimez 2025-2026 e Informazioni Svimez “Un Paese, due emigrazioni” (febbraio 2026), Svimez – Le previsioni per il Mezzogiorno e il Centro-Nord 2026-2028 (giugno 2026), dati AlmaLaurea sulle retribuzioni dei laureati.

Giovani e Liberi inaugura il nuovo portale: uno spazio digitale per la rappresentanza giovanile

Sommario: L’Associazione Nazionale Giovani e Liberi presenta il suo nuovo portale web. L’obiettivo è dare ai giovani un luogo di informazione, partecipazione e proposta, in una fase in cui il disagio sociale chiede risposte politiche e strumenti di ascolto.

Nota per la pubblicazione: non ho trovato fonti pubbliche che descrivano il nuovo portale, quindi non ho inventato dettagli. I punti tra parentesi quadre [ ] vanno completati o confermati da chi conosce il progetto. Il resto si basa su ciò che l’Associazione ha dichiarato di sé e sulla sua linea politica.


Un nuovo spazio, una vecchia battaglia

Con il lancio del nuovo portale www.giiovanieliberi.org , l’Associazione Nazionale Giovani e Liberi compie un passo che da tempo ritiene necessario: dotarsi di un luogo digitale riconoscibile, aperto e aggiornato, in cui i giovani possano informarsi, confrontarsi e contribuire.

La scelta si inserisce in una storia precisa. L’Associazione ricorda di aver avanzato, anni fa, ai presidenti della Repubblica Scalfaro e poi Ciampi, la proposta di un organismo nazionale di rappresentanza giovanile. Quella proposta si è poi concretizzata nel Forum Nazionale dei Giovani. Oggi Giovani e Liberi sostiene la necessità di rilanciare un organismo di questo tipo, perché le politiche giovanili, a suo giudizio, non sono più procrastinabili.

Il portale vuole essere lo strumento operativo di questa linea: non una vetrina, ma un luogo da cui far partire iniziative, raccogliere istanze e rendere trasparente il lavoro dell’Associazione.

Perché un portale, e perché adesso

Le ragioni sono almeno tre.

1. Il disagio sociale ha bisogno di canali. L’Associazione condanna con chiarezza ogni forma di violenza nelle manifestazioni, ma sostiene che le ragioni del disagio vadano comprese e non liquidate. Una generazione che non trova ascolto nelle sedi istituzionali tende a cercarlo altrove, e non sempre nei modi migliori. Offrire un canale strutturato di informazione e proposta è una risposta concreta a questa distanza.

2. L’informazione giovanile è frammentata. Opportunità, bandi, servizi e notizie sui diritti sono sparsi tra siti istituzionali, social network e passaparola. Un punto di riferimento ordinato e comprensibile può ridurre queste asimmetrie, soprattutto nei territori meno serviti.

3. La rappresentanza ha bisogno di visibilità. Un organismo nazionale non regge senza una base che lo conosca, lo alimenti e lo controlli. Il portale è pensato anche come strumento di accountability: documenti, posizioni e attività consultabili da chiunque.

Cosa trovano gli utenti

Questa sezione va adattata alle funzioni realmente attive. Elenco le aree tipiche di un portale associativo, da confermare o eliminare:

  • Chi siamo: storia, missione, statuto, organi e contatti
  • Notizie e comunicati: posizioni ufficiali, rassegna delle iniziative, approfondimenti
  • Politiche giovanili: documenti e proposte, in particolare sul rilancio della rappresentanza nazionale
  • Area utenti: registrazione e accesso per partecipare alle attività
  • Newsletter: aggiornamenti periodici per gli iscritti
  • Partecipazione: modalità di adesione, volontariato, segnalazioni e proposte

Come partecipare

Per entrare in contatto con l’Associazione o aderire alle iniziative è sufficiente visitare il portale [indirizzo], consultare le sezioni e, se si desidera, registrarsi per ricevere aggiornamenti [procedura da confermare]. I contatti per stampa e collaborazioni sono disponibili alla pagina [sezione contatti].

Dati personali e regole d’uso

Un portale con registrazione e newsletter tratta dati personali, e questo comporta obblighi precisi. Il portale dovrebbe indicare in modo visibile:

  • l’informativa privacy e il titolare del trattamento;
  • le finalità per cui si raccolgono i dati e i tempi di conservazione;
  • le modalità per modificare o cancellare il proprio account e per disiscriversi dalla newsletter;
  • le regole di utilizzo e di comportamento negli spazi di interazione.

Per un’associazione che chiede fiducia ai giovani, la trasparenza su questi aspetti è parte integrante del messaggio, non un adempimento burocratico.

Uno sguardo critico: cosa un portale non può fare

Sarebbe un errore presentare un sito web come la soluzione. Alcuni limiti vanno detti apertamente.

  • Un portale non è rappresentanza. È uno strumento. La rappresentanza nasce dalla partecipazione reale, dalle scelte condivise e dal confronto con le istituzioni, non dal numero di pagine online.
  • Il digitale non raggiunge tutti. Nei territori con minore connettività o minore alfabetizzazione digitale, un servizio solo online rischia di escludere proprio chi ha più bisogno di ascolto. Il lavoro sul territorio resta indispensabile.
  • Gli impegni si misurano nel tempo. Un portale utile è un portale aggiornato. La sua credibilità dipenderà dalla costanza con cui sarà curato, non dal giorno del lancio.
  • Mancano ancora dati di impatto. Al momento non esistono numeri su utenti, adesioni o risultati. Sarà onesto pubblicarli nel tempo, anche quando non saranno lusinghieri.

Le prossime tappe

L’Associazione intende usare il portale come base per rilanciare il dibattito su un organismo nazionale di rappresentanza giovanile, a partire dal disagio sociale e dalla partecipazione dei giovani al voto. L’invito è rivolto a giovani, associazioni, scuole, enti locali e istituzioni: il portale è aperto a chi vuole contribuire.

Giovani, non lasciamoli indietro: serve un organismo nazionale di rappresentanza

Di Associazione Nazionale Giovani e Liberi

Il voto di marzo ha mostrato che i giovani, se vedono un motivo per farlo, partecipano. Ora il disagio sociale chiede risposte politiche stabili, non applausi occasionali.

1. Una premessa da cui partire

Quando una generazione torna alle urne dopo anni di distacco, la politica ha due strade. Può festeggiare la ritrovata partecipazione e passare oltre, oppure può chiedersi perché quella partecipazione sia tornata e come trattenerla. Noi di Giovani e Liberi pensiamo che la seconda sia l’unica strada seria.

Facciamo politica giovanile da molti anni. Ricordiamo bene quando, come associazione nazionale, portammo la proposta di un Forum Nazionale dei Giovani prima al presidente Scalfaro e poi al presidente Ciampi, e quella proposta divenne realtà. Per questo abbiamo il diritto, e secondo noi il dovere, di dire una cosa semplice: oggi serve tornare a ragionare di un organismo nazionale di rappresentanza dei giovani, con voce e poteri reali.

Lo diciamo con due convinzioni insieme. Condividiamo le preoccupazioni per un disagio sociale che cresce, e vogliamo capirne le ragioni. Condanniamo con chiarezza ogni violenza nelle piazze, perché la violenza non rappresenta i giovani, li danneggia. Chi pensa che le due posizioni siano in contraddizione sbaglia: chi vuole davvero ridurre la violenza deve offrire ai giovani sedi dove essere ascoltati.

2. Il voto dei giovani: cosa ci dice e cosa no

Al referendum costituzionale sulla giustizia del marzo 2026 il fronte del No ha vinto nettamente. Con quasi il 54% dei voti e un’affluenza intorno al 59%, un dato che non si vedeva da anni, la fascia 18-34 sembra aver trainato il risultato: secondo un sondaggio Rai, il 61,1% dei giovani ha votato per lasciare la Costituzione invariata. Le analisi territoriali hanno letto il dato in modo simile: i più giovani, che alle Politiche del 2022 avevano mostrato distacco, hanno trasformato il referendum in un voto di protesta contro il governo.

Su questo punto serve onestà, perché il dato si presta a letture di comodo.

Primo: sarebbe un errore dire che i giovani abbiano votato sul merito tecnico della riforma. Più di un osservatore ha sostenuto che il risultato dipendesse solo in parte dal quesito. Cacciari, ad esempio, scriveva sulla Stampa che dipendeva in minima parte dal merito della riforma e molto di più dalla situazione sociale ed economica complessiva, dalla precarietà e dalla guerra.

Secondo: il referendum è uno strumento particolare. Il ricercatore del Cnr Antonio Tintori ha osservato che pesa “l’assenza della delega”, presente invece nelle altre tornate elettorali. Un sì o un no è semplice e immediato, e un’analisi su Avvenire ha notato che per i giovani è più facile dire “no” che indicare una forza politica.

Terzo: una partecipazione eccezionale non è ancora un’adesione stabile. L’analisi di ItaliaOggi lo dice bene: la partecipazione giovanile è aumentata in modo significativo, ma l’astensione resta alta tra i giovani, segno di un interesse politico ancora limitato. Tintori aggiunge un dato che dovrebbe far riflettere tutti: oltre il 65% dei ragazzi non ha appartenenza politica.

Il politologo Stefano Bartolini ha scritto, a proposito della mobilitazione per Gaza, che la passività politica dei giovani è dovuta più a isolamento, impotenza e sfiducia nella possibilità di incidere che a disinteresse. È una chiave di lettura che sentiamo vera. I giovani non sono indifferenti: sono scettici sul fatto che la politica li ascolti. Il voto di marzo ci dice che, quando percepiscono che il loro voto conta, rispondono.

Capire non significa giustificare. Ma per capire bisogna guardare le cause, che conosciamo bene perché le vediamo ogni giorno, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle aree interne come la nostra Basilicata:

Il disagio sociale, ricordiamolo, non nasce nelle piazze: nelle piazze si vede. Chi ne parla come di un problema di ordine pubblico guarda il sintomo e non la malattia.

4. Comprendere sì, giustificare mai

Lo diciamo senza ambiguità: condanniamo le manifestazioni violente. Per tre ragioni.

Chi ha a cuore i giovani dovrebbe quindi fare due cose insieme: isolare la violenza e prendere sul serio le ragioni di chi manifesta pacificamente. La sola repressione, senza ascolto, non spegne il disagio: lo sposta dove è meno visibile. Un canale istituzionale credibile permette invece di trasformare la rabbia in proposta.

5. Da dove veniamo: la storia del Forum Nazionale dei Giovani

Il Forum Nazionale dei Giovani nacque all’inizio degli anni Duemila come piattaforma di organizzazioni giovanili di ispirazione diversa: associazioni, giovanili di partito, movimenti, organizzazioni del volontariato e del mondo cattolico, laico e sindacale. Le fonti collocano la fondazione tra il 2002 e il 2004, e un Manifesto del Forum circolava già all’inizio del 2003. Nel 2011 il Forum si descriveva come una piattaforma di oltre 75 organizzazioni, per una rappresentanza di circa 4 milioni di giovani. Nell’elenco compariva anche il Forum Regionale dei Giovani della Basilicata, a testimonianza che l’esperienza ha toccato anche i nostri territori.

L’idea di fondo era giusta: i giovani devono avere un interlocutore riconosciuto, come accade in molti Paesi europei, dove esistono consigli nazionali della gioventù. Il Forum chiedeva proprio questo, un Consiglio nazionale riconosciuto per legge come parte sociale nel rapporto con Governo e Parlamento.

Non bisogna però raccontarla in modo trionfale. Già nel 2011 un’inchiesta giornalistica criticava la scarsa visibilità del Forum rispetto ai fondi che riceveva e al suo peso pubblico. Anche questa è una lezione: un organismo di rappresentanza conta nella misura in cui è trasparente, partecipato e ascoltato, non solo riconosciuto sulla carta.

6. Cosa esiste oggi, e perché non basta

Per onestà verso i lettori: un organismo nazionale di rappresentanza giovanile oggi esiste già. La legge di bilancio 2018 (legge n. 145 del 2018, art. 1, comma 470) ha istituito il Consiglio Nazionale dei Giovani, organo consultivo cui è demandata la rappresentanza dei giovani nel confronto con le istituzioni sulle politiche che li riguardano, con il Dipartimento per le politiche giovanili come interlocutore primario. È membro del Forum Europeo della Gioventù e riceve un finanziamento annuale: le convenzioni pubblicate indicano un milione di euro nel 2023 e 950.000 euro nel 2024.

Qui sta il punto. Il nostro non è un invito a “inventare” qualcosa che manca, ma a rilanciare, rafforzare e rendere davvero incisivo quello che c’è. Tre limiti ci sembrano evidenti:

7. La nostra proposta: un organismo che conti davvero

Chiediamo al Governo, al Parlamento e a tutte le forze politiche di aprire una riflessione seria su un organismo nazionale di rappresentanza giovanile, che parta dall’esistente e lo faccia crescere. Ecco i principi che, per noi, dovrebbero guidarlo.

Autonomia. L’organismo deve essere indipendente dal Governo di turno e dai partiti, con regole di governance chiare e verificabili.

Rappresentatività reale. Deve includere non solo le grandi associazioni nazionali, ma anche i forum e le consulte regionali e locali, il mondo studentesco, giovani lavoratori, giovani imprenditori e giovani delle aree interne e del Sud. Va pensato anche un canale per i giovani non organizzati, che sono la maggioranza: consultazioni periodiche aperte, anche digitali, con metodo trasparente.

Pluralismo e territorialità. Un organismo nazionale che non abbia radici nei territori sarebbe un’altra scatola vuota. Servono antenne regionali e locali, e una particolare attenzione al Mezzogiorno e alle aree interne, dove i giovani sono meno visibili e più penalizzati.

Poteri veri. Proponiamo:

Risorse stabili e trasparenza. Finanziamenti pluriennali, bilanci pubblici, rendicontazione dei risultati. La credibilità si costruisce mostrando come si spendono i soldi e cosa si ottiene.

Rinnovamento. Mandati a termine, ricambio generazionale vero, limiti di età per le cariche. Un organismo giovanile guidato per decenni dalle stesse persone tradirebbe la sua ragion d’essere.

8. Le obiezioni, e le nostre risposte

“Esiste già, perché crearne un altro?” Non chiediamo di moltiplicare gli organismi. Chiediamo di rendere efficace quello che c’è, e di valutare con coraggio se la sua forma attuale basta.

“I giovani non si riconoscono nelle istituzioni, chi vuoi rappresentare?” È il rischio più serio, e lo riconosciamo. Per questo insistiamo sull’apertura ai non organizzati, sulla trasparenza e sui poteri concreti: un organismo che non produce risultati visibili non conquista fiducia.

“Sarà l’ennesima vetrina.” Lo sarà se resterà senza poteri e senza controllo pubblico. Ecco perché pareri obbligatori, relazioni annuali e rendicontazione sono parte della proposta, non un contorno.

“Basta una buona politica del lavoro, non servono organismi.” Le due cose non si escludono. Una buona politica del lavoro è più facile da costruire se chi la subisce siede al tavolo in cui si decide.

9. Politiche giovanili non più procrastinabili

Un organismo di rappresentanza non serve a nulla se non porta a risultati. Le priorità, a nostro avviso, sono chiare:

10. Un appello

I giovani hanno fatto la differenza al referendum. Non lasciamoli indietro, e non lasciamo che quella energia si disperda nell’astensione, nel risentimento o nella rabbia. Rivolgiamo l’appello a tutti: al Governo, alle forze di maggioranza e di opposizione, agli enti locali, alle associazioni e a ogni giovane che sente di non essere ascoltato.

Costruiamo un luogo dove le politiche giovanili si discutano con i giovani, non su di loro. Dove il disagio diventi proposta, e la protesta trovi una porta da cui entrare. Lo abbiamo fatto una volta, anni fa. Siamo pronti a farlo di nuovo.

Associazione Nazionale Giovani e Liberi